PEAKY BLINDERS: THE IMMORTAL MAN


 "Tanto tempo fa Polly Gray mi disse che se un merlo fosse volato dentro casa sarebbe arrivata la morte. Dubitavo che ci fosse un'altra donna come Polly Gray. Eppure, eccola." 

È così che Tommy Shelby si rivolge a Kaulo Chiriklo, gemella della defunta Zelda, madre del figlio illegittimo di Tommy, Duke. E, se leggiamo le sei stagioni di Peaky Blinders (qui la recensione) sotto l'impianto della tragedia shakespeariana, è impossibile non interpretare il gangster di Birmingham come la rivisitazione di un Macbeth assetato di potere, che si ritrova infine a fare i conti col senso di colpa per le proprie atroci azioni. 
La sesta stagione (qui la recensione) si chiudeva con un uomo distrutto, svuotato, ridotto all'essenziale. Non più il capo indiscusso, non più il politico, non più il manipolatore del destino. Solo un sopravvissuto. Tommy aveva perso tutto: Polly, la sua bussola morale; Ruby, il suo ultimo legame con l'innocenza; Lizzie, che porta via con sé ciò che restava di una vita "normale". Anche il suo stesso corpo sembrava tradirlo, con quella diagnosi di morte imminente che lo spinge verso un gesto estremo. E poi la rivelazione. La malattia era una menzogna. Un'ennesima manipolazione. Un ultimo tentativo di controllare un uomo che non poteva più essere controllato. E in quel momento, nonostante tutto, aveva scelto di vivere. Ma i fantasmi di Tommy stavolta sono reali, e non più solo prodotto della sua mente, in particolare quelli della figlia Ruby e del fratello Arthur (che scopriamo essere morto - ucciso proprio da Tommy, effettivamente cosa poco credibile). 
In quest'ottica, quindi, Kaulo – interpretata dall'algida Rebecca Ferguson, nei panni della romani, non può che rappresentare una variante fantasmatica, stregonesca e altrettanto manipolatrice, di Lady Macbeth, che suggerisce e sussurra nel sonno, ordendo piani omicidi. Un personaggio che arriva da fuori e altera gli equilibri. È un ponte. Tra passato e presente. Tra vivi e morti. Tra realtà e simbolo. La sua presenza riporta il racconto alle radici gitane della famiglia Shelby, a quel mondo fatto di rituali, presagi, maledizioni e visioni. E soprattutto, riporta Tommy a ciò che ha sempre cercato di controllare: il destino. Tommy vede e parla con i morti, ha tradito il suo stesso sangue, infrangendo il patto gipsy che vuole la famiglia al primo posto. Questo atto (l'ultimo di una lunga serie) non può che ricadere a cascata sui membri rimanenti degli Shelby, a partire dalla sorella Ada per arrivare a Duke, il cui ingrato compito finale segnerà anche il passaggio di un'eredità (im)morale con cui convivere.

Knight lo aveva promesso: la saga dei fratelli Shelby si sarebbe conclusa con la Seconda Guerra Mondiale. E sarebbe diventata un film. Peaky Blinders: The Immortal Man, disponibile da marzo di quest'anno su Netflix, è l'epilogo di sei stagioni che hanno consacrato non solo un personaggio, ma anche il suo interprete: Cillian Murphy. Non è un ritorno. È una conclusione pensata, costruita, inevitabile. Al centro, ancora una volta, c'è Tommy Shelby. Un uomo che porta addosso il peso del tempo, che non trova pace, che dialoga con i morti e sente l'urgenza di cambiare il proprio destino. Per farlo dovrà scendere a patti con i suoi demoni e provare a riscrivere la sua storia, per sé e per suo figlio. Solo così, forse, potrà capire di aver fatto la scelta giusta. Murphy porta Tommy in una dimensione più adulta, più riflessiva, più grigia. Proprio come i suoi capelli. Tommy è invecchiato. E con lui il mondo che ha costruito. È tempo di cambiare, di lasciare andare, forse di lasciare il testimone. Non è un revival, ma una resa dei conti. Prima di tutto con sé stesso, poi con ciò che ha creato e che ora torna a cercarlo, pronto a distruggerlo. E poi c'è la famiglia, da sempre croce e delizia. 
Nel contesto della guerra, però, la domanda si fa più grande: Tommy Shelby non è più solo un uomo di potere, ma un uomo costretto a chiedersi in cosa crede davvero. La guerra, in fondo, è sempre stata lì. La serie si apriva con i traumi della Prima Guerra Mondiale e si chiude con la Seconda: un cerchio che si stringe. Per Steven Knight non è solo una scelta narrativa, ma personale. Non c'è una vera redenzione, non c'è una chiusura netta, non c'è nemmeno una vittoria. C'è qualcosa di più raro, e forse più disturbante: la consapevolezza. Perché alla fine, il punto non è se Tommy vinca o perda. Il punto è che capisce. Capisce che tutto ciò che ha costruito — il potere, l'impero, il nome — è stato anche ciò che lo ha distrutto. Capisce che la famiglia che ha sempre messo al primo posto è stata anche il campo di battaglia più doloroso. Capisce che non si sfugge davvero al passato, si può solo imparare a conviverci. Ci chiediamo, quindi, se riesce a convivere senza sapere nessuna notizia del suo figlio di mezzo, Charly - che è stato completamente eliminato dal film. 
L'apertura del film, un bombardamento, si ispira a un evento reale del 1940: l'attacco alla fabbrica BSA di Birmingham. Perché in guerra si può morire senza motivo. E per chi la guerra l'ha sempre portata dentro, come Tommy, si muore un po' ogni giorno. Ma una possibilità di salvezza esiste. E ha un nome: Duke. Figlio, erede, riflesso. Un ragazzo che emula il padre senza averlo mai davvero avuto. Che sente nelle vene il sangue dei Peaky Blinders e prova a onorarne il nome, sbagliando, come ogni figlio ribelle. Questo personaggio non è solo un'eredità narrativa, ma anche emotiva. La risposta di Tommy a quella domanda "in cosa credo davvero?" è negli occhi di suo figlio, identici ai suoi. Come emerge chiaramente, Duke è guidato da rabbia e abbandono. Non cerca solo potere: cerca un padre. E Tommy, dal canto suo, non sa essere padre. Non lo è mai stato davvero. Lo dice implicitamente anche nel film: è stato una "forma di governo", non una figura affettiva. E allora il conflitto diventa inevitabile. Non è solo uno scontro generazionale. È uno scontro tra ciò che Tommy è stato… e ciò che ha creato. E forse per la prima volta, Tommy Shelby non cerca di essere Dio. Accetta di essere umano.

Tom Harper torna alla regia dopo l'esperienza seriale, mentre alla sceneggiatura ritroviamo Steven Knight, il quale, sempre attento all'aderenza storica, celebra le vittime del bombardamento della BSA di Small Heat e ribadisce il peso della Gran Bretagna nell'opposizione al regime nazista sfruttando l'Operazione Bernhard, la falsificazione della sterlina. Il denaro falso prodotto dai prigionieri non serve solo a destabilizzare l'economia britannica. Serve a introdurre un tema: la realtà è manipolabile. La storia può essere riscritta. L'identità è un costrutto fragile. E allora diventa inevitabile pensare a Tommy Shelby. Un uomo che ha costruito sé stesso come si costruisce una moneta falsa: con precisione, con violenza, con una volontà quasi divina di controllare sempre quel destino. Ma ogni falsificazione porta dentro di sé un difetto. Una crepa invisibile. E il film, sin da subito, ci dice: questa crepa sta per esplodere. Tommy è un uomo che ha già perso tutto, ma continua a esistere. Ed è proprio questo il problema. Non dovrebbe essere vivo, non nel senso simbolico. È un sopravvissuto che non riesce a giustificare la propria sopravvivenza. Un Macbeth mai davvero morto, che cammina tra le rovine del proprio regno. Un re senza trono, un dio senza fede, un uomo senza pace. E torna inevitabilmente in mente quella battuta, forse una delle più rivelatrici dell'intera serie: "You're not God". "No, I'm not God. Not yet". È lì che si nasconde tutto. L'ambizione, la hybris, la convinzione di poter controllare il destino, piegare il mondo, riscrivere le regole. Vive isolato, lontano da tutto, e scrive. Non un semplice diario, ma una sorta di romanzo autobiografico, significativamente intitolato The Immortal Man. Tommy Shelby si mette a raccontare sé stesso, come se potesse fissare la propria esistenza sulla pagina, darle una forma definitiva. Come se scrivere fosse un modo per sopravvivere. O forse per giustificarsi. Immortale non per scelta, ma per condanna. Un uomo, appunto, immortale con il terrore di esserlo. 

Intanto Birmingham sta crollando. E proprio per questo, per la prima volta, Tommy Shelby smette di essere il centro del racconto. Ma il film non usa questo evento solo come spettacolo: lo usa come specchio. Birmingham è Tommy. La città industriale, potente, sporca, costruita sul ferro e sul sangue… ora è in fiamme. E così lui. C'è qualcosa di profondamente poetico in questo parallelismo: mentre il mondo esterno crolla sotto le bombe, il mondo interiore del protagonista implode sotto il peso della memoria. 
Accanto a lui, Sophie Rundle nel ruolo di Ada Shelby diventa una figura chiave: è il punto di equilibrio tra il passato criminale della famiglia e un tentativo, fragile ma necessario, di restare ancorati a una dimensione politica e morale. Ada non è più solo la sorella "diversa": è, forse, l'unica rimasta davvero lucida. Peccato che dura poco e decidono di farla fuori nella prima mezz'ora per non essere da meno dal resto della famiglia. A quel punto nasce la prima incazzatura – ovviamente dopo quella per Arthur e per Ruby, e ancora prima per altri. A completare il quadro tornano volti storici come Ned Dennehy (Charlie Strong), Packy Lee (Johnny Dogs) e Ian Peck (Curly), che non sono più motore dell'azione ma diventano custodi di memoria. Le loro presenze funzionano come echi di un tempo che non esiste più, frammenti di una famiglia ormai dispersa. Ed è proprio qui che il film trova una delle sue chiavi più profonde. Non racconta più un clan. Racconta ciò che ne è rimasto. 


Un uomo diverso, invecchiato, pieno di cicatrici, ma ancora sopra quel cavallo nero con cui ha aperto anche la prima scena della prima puntata della prima stagione. Mentre Tommy rappresenta un male "umano", sporco, emotivo, Beckett è un male freddo, ideologico. È il ponte tra il crimine e la politica, tra il sottobosco di Birmingham e l'orrore sistemico del nazismo. Il suo piano — quello di inondare l'Inghilterra con denaro falso per distruggerne l'economia — non è solo una mossa narrativa, ma una dichiarazione. Come prevedibile, l'impianto storico smette quasi subito di funzionare (e con lui, il villain di Tim Roth, infiltrato del Reich in Gran Bretagna, col quale il figlio di Shelby ha preso accordi) per finire relegato a pretesto narrativo su cui costruire lo scontro, ben più riuscito e aderente alle atmosfere della serie, tra padre e figlio, malgrado l'appiattimento e il didascalismo che Netflix ormai attua a tappeto sulle proprie produzioni. 
La regia di Tom Harper compie un'operazione molto precisa: non prova a trasformare Peaky Blinders in qualcosa di diverso, ma ne amplifica la natura cinematografica fino al limite. Il film respira. Si dilata. Si concede il tempo di osservare. E lo fa soprattutto attraverso la fotografia, che è uno degli elementi più riusciti dell'intera operazione. Le immagini sono pesanti, materiche. Si sente il fango sotto gli stivali, il freddo nelle ossa, il fumo nell'aria. Birmingham non è mai stata così viva… e così morta allo stesso tempo. Le strade distrutte, i cieli grigi squarciati dalle bombe, gli interni bui e quasi soffocanti costruiscono un mondo che non è solo ambientazione, ma stato mentale. La casa di Tommy, isolata, immersa nella nebbia, è forse l'immagine più potente: non è un rifugio, è un mausoleo. La nuova versione di Red Right Hand non è più solo un tema iconico: è un ritorno, un segnale. È come se il film stesso ci dicesse che Tommy Shelby non può davvero sfuggire a ciò che è stato. Quel suono è il suo destino. Ma è nella costruzione più profonda della soundtrack che il film trova una dimensione ancora più interessante. Il risultato è una colonna sonora che non cerca mai la bellezza facile. Cerca la verità. E la verità, in questo caso, è fatta di suoni sporchi, di silenzi pesanti, di melodie che non consolano ma scavano. 
Peaky Blinders: The Immortal Man arranca così come il suo protagonista: entrambi arrivano a un finale che dell'epicità della serie non conserva nulla. E se da un lato può risultare deludente, dall'altro corrisponde appieno allo spirito mortifero verso cui l'epilogo seriale, e il suo antieroe, tendono, – rendendo "giusto" il film. Anche il desiderio di morte di Tommy è esausto, e questo si traduce in un Duke mosso dalla pietà, più che dalla rabbia o dall'amore per il padre. Non c'è nessuna traccia della gloria raggiunta in vita, nel destino di Thomas Shelby. L'atto finale di questa tragedia, dunque, non può essere l'usurpazione del trono, a un re che ha volontariamente rifiutato la corona. E se l'uomo di potere si è annientato da solo, Tommy è ben consapevole che resta da eliminare solo sé stesso, perché possa espiare la sua colpa e ricongiungersi con chi ha amato e tradito, così che si compi finalmente la profezia di Polly Gray. Morte comunque commovente ma alla fine dei conti ci si chiede realmente se quello fosse davvero l'unico destino per Tommy. Forse sì.

Peaky Blinders: The Immortal Man si avvicina a operazioni simili come El Camino (sempre Netflix), sequel conclusivo di un'altra fortunatissima serie come Breaking Bad, o ancora il celeberrimo Fuoco cammina con me, prequel di Twin Peaks. In questo senso allora, il film di Harper/Knight, più che chiudere la parabola di Thomas Shelby, sembra pensato per dare inizio al futuro seriale dei Peaky Blinders (già in produzione) capeggiati dal Duke di Barry Keoghan. The Immortal Man non è un epilogo decorativo, ma un confronto con il tempo, con la guerra, con ciò che siamo diventati. È una storia che parla delle scelte che ci definiscono, dei demoni che ci abitano, delle battaglie che combattiamo ogni giorno. Per la prima volta, Tommy Shelby sceglie davvero chi essere. E proprio in questo, forse, trova finalmente la libertà.