UNA FAMIGLIA QUASI NORMALE


La miniserie svedese di Netflix, uscita nel novembre 2023, l'ho vista due anni fa – esattamente un anno dopo la sua uscita - è composta da sei episodi. Una famiglia quasi normale affronta il tema tristemente attuale della violenza sulle donne dal punto di vista della famiglia della vittima. Al centro l'ennesima storia di violenza subìta da una ragazza, ma con un twist: sono i genitori a non volere che lei denunci l'accaduto e questo avrà delle conseguenze importanti su di lei e su tutto il nucleo affettivo negli anni a venire.

Stella Sandell, un'adolescente quindicenne, è una giovane studentessa che sogna l'amore; durante un ritiro con la squadra di pallamano femminile nella quale milita si invaghisce del nuovo vice allenatore con cui c'è subito feeling e, in cerca di un rifugio in cui appartarsi, lei ha un ripensamento ma lui insiste e viene stuprata. Una violenza che segnerà per sempre la sua vita e quella dei suoi genitori. Apparentemente, potrebbe trattarsi di un'altra storia di brutalità nei confronti di una ragazza, in questo caso nemmeno maggiorenne, come già ce ne sono nel catalogo di Netflix, alcune delle quali davvero ben fatte. In realtà questa miniserie svedese affronta tutta la faccenda ponendo l'attenzione in particolar modo sui due genitori che, pur credendole, le daranno consigli, evidentemente, sbagliati. 
Il padre, sconvolto dalla notizia, va a prenderla e vorrebbe subito denunciare la violenza ma è la madre, Ulrika, la figura femminile di riferimento della famiglia, a fermarlo. Lei è un avvocato in crisi con il marito Adam, pastore impegnato ad assistere i fedeli della sua chiesa, e, per esperienza, sa che paradossalmente è la vittima quella a pagare il prezzo più alto in casi come questo. Si crede primariamente all'accusato e si mette in discussione l'accusatrice, soprattutto se ancora giovane e quindi ritenuta meno credibile. Non ci sono prove della violenza subita e la ragazza verrebbe inutilmente travolta da uno scandalo. Scelgono di non denunciare. È interessante che sia la figura femminile della famiglia a fare questo discorso e a guardare avanti con lungimiranza, anche perché sarà proprio questo tipo di comportamento a stupire e servire molti anni dopo. 
La trama della serie Netflix infatti compie un salto qualche anno dopo quel fattaccio, che si fa finta non sia mai accaduto in famiglia. Ritroviamo la protagonista diciannovenne nel giorno del suo compleanno, e il suo rapporto coi genitori è ancora altalenante: non ha finito la scuola anche per ciò che è accaduto e lavora ad una pasticceria, mentre le figlie delle amiche della madre sono tutte andate a studiare all'università, compresa la sua migliore amica Amina. Una famiglia quasi normale a questo punto mescola flashback della violenza passata e di quanto accaduto una fatidica notte con ciò che succede nel presente, per provare a mettere insieme i pezzi del puzzle, ma senza particolari guizzi di regia. Quando ti accade quello che è accaduto a Stella, soprattutto se sei ancora così giovane e se passa sotto silenzio, l'evento lascia inevitabilmente delle cicatrici non visibili ma ancora più laceranti e pericolose. Lascia un trauma che porta inevitabilmente delle conseguenze. 

Ora diciannovenne, Stella viene accusata dell'omicidio di un ragazzo, Chris, un avvenente broker molto più grande di lei, con cui aveva una sorta di relazione di tira e molla. Sembrava un tipo a posto, benestante e anche gentile, almeno finché non si è fatta viva la sua ex. Il padre quella notte l'aveva vista rientrare tardi e farsi la doccia, la madre aveva trovato dei vestiti sporchi di sangue nella sua stanza. Tutti indizi che sembrerebbero portare ad una sua colpevolezza, ma non viene trovata l'arma del delitto e c'è solo un testimone che ha visto la ragazza vicino al luogo del delitto in quel range orario. Movente: la gelosia. 
La miniserie si sviluppa attorno al periodo che Stella passa in carcere prima del processo che la vedrà imputata. Mentre la ragazza è nella sua cella lo spettatore rivive attraverso flashback tutta la relazione con Mikael scoprendo, solo all'ultima scena, come davvero siano andate le cose. Oltre al punto di vista della protagonista viene messo in evidenza anche quello dei genitori che intraprendono, ciascuno per la propria strada, una serie di contromisure per cercare di fornire un alibi alla loro unica figlia, che considerano colpevole. Così il padre mente agli inquirenti, mentre la madre nasconde i vestiti sporchi di sangue buttando via, in seguito, sia l'arma del delitto sia il cellulare della figlia. I genitori, infatti, scoprono una parte della vita della figlia di cui non erano assolutamente a conoscenza. Quanti genitori sono convinti di conoscere i propri ragazzi? Anche Ulrika ed Adam credevano di conoscere la loro "bambina" e la difendono a spada tratta, come forse farebbe chiunque di noi. 
La serie, dunque, nella seconda metà diviene presto un crime e un procedurale con tutto il processo fatto alla ragazza - legale tanto quanto mediatico - con il procuratore (donna) che quindi rappresenta la legge pronta ad accusarla, mentre il giudice (donna) prova a fare da mediatrice. Le figure femminili della serie presenti – Stella, la madre, l'amica Amica, l'ex fidanzata di Chris, la psicologa, la giudice, la procuratrice, la pastora - sono complesse e contraddittorie, come nella realtà, ed emblematica è proprio quella della madre, che ha una relazione extraconiugale e questo porterà il nucleo familiare disfunzionale e sfilacciato a dover imparare a ritrovare i pezzi per provare a ricomporsi. Tutte le figure femminili ruotano intorno a Stella ed hanno un ruolo importante, mai marginale. Nessuna, però, parla mai di questo ingombrante passato se non durante il processo, quando Amina gratta via quella sottile crosta che ricopre una ferita mai rimarginata, facendola sanguinare di nuovo. Lo stupro iniziale, infatti, è lì, sempre presente. Aleggia nell'aria e pesa sulle coscienze in maniera differente. Del resto, si sa, non tutti reagiamo allo stesso modo. Ma Amina ha il coraggio di dire ciò che nessuno ha dato credito al dolore subito da Stella rinforzando, così, la loro amicizia. Alcune scene sono davvero emblematiche in questo senso perché descrivono perfettamente come il trauma della violenza subita in passato non sia mai stato superato, ammesso che si possa superare una violenza del genere. In una la madre confida ad un'amica di esser delusa dalla figlia perché ha mollato gli studi e non le somiglia per niente. Le rinfaccia di non approfittare di tutte le possibilità che le sono state date trovandola inconcludente, priva di scopo. In un'altra, in carcere, Stella affronta un percorso con la psicologa. Durante una seduta, finalmente, la ragazza riesce a sfogare il dolore e il senso di colpa derivati della violenza subita piangendo. Una terza, invece, vede protagonista il padre che, rintracciato lo stupratore della figlia, lo prende a pugni, a distanza di anni. Queste tre scene sono perfette per descrivere lo stato d'animo dei tre protagonisti. 
I piani narrativi differenti, come spesso capita, permettono a chi guarda di seguire la vicenda quasi in diretta. Nel corso delle sei puntate, poi, le varie tessere del puzzle cominciano a unirsi permettendo così allo spettatore di sovrapporre le tre storie principali e avere un quadro della storia più chiaro. Non ci sono particolari colpi di scena, la storia è piuttosto semplice, e nemmeno buchi nella trama. Tutto scorre tranquillamente, senza scossoni, fino alla fine, in modo da non appesantire in maniera eccessiva chi guarda, già provato da una storia di per sé, agghiacciante. Il cerchio si chiude e sarà proprio la madre Ulrika ad essere determinante per la riuscita del processo: saputo che Amina testimonierà sul fatto che Chris avrebbe tentato di stuprarla la sera che lui avrebbe dovuto vedersi con Stella, fornendo al giudice un altro possibile colpevole (e movente), oltre al passato subito dall'amica, il giudice non può ritenere oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza della ragazza, prosciogliendola da tutte le accuse. Saranno i flashback a dirci la verità su quella notte: è stata davvero Stella ad uccidere Chris una volta scoperto mentre tentava di stuprare l'amica. 
"Non ci sarà la legge a difenderti, quindi devi farlo da sola" è un monito.


La curiosità della serie sta tutta in quella parolina "quasi", tutto sarebbe al suo posto, ma c'è qualcosa che non quadra, un assassinio nel parco in piena notte (non un femminicidio, è un maschicidio) di cui viene accusata proprio la figlia del pastore. Incredulità, dolore, agitazione, via vai di vicini affranti mentre un avvocato, che è anche l'amante della signora Sandell, si prende il compito di tirar fuori la ragazza dai guai. Le sei puntate della miniserie vanno a zonzo nel tempo tra la vita ordinaria di questa famiglia quasi normale. Questa volta ci troviamo di fronte ad uno spaccato che punta il dito sul comportamento comune e ricorrente dell'opinione pubblica e di chi è vicino ai diretti interessanti, che tende a favorire il carnefice piuttosto che la vittima. Testimonianza di una società malata ma soprattutto claudicante che dovrebbe distruggere per poter ricostruire, rieducare tutti, uomini e donne, e aiutarli a ricordarsi cos'è l'empatia verso il prossimo. 
I Sandell sono una famiglia apparentemente normale composta dal prete Adam, dall'avvocata Ulrika e dalla figlia diciannovenne Stella. Trascorrono una vita apparentemente perfetta in un elegante sobborgo residenziale alla periferia di Lund, presso Copenaghen, finché un giorno tutto cambia. E tutto il passato si svela. Il bello di Una famiglia quasi normale, serie che inizia in modo molto drammatico per poi lasciare spazio a un mistero da risolvere e a innumerevoli spunti riflessivi sulla psicologia umana, è il suo non aver paura di sporcarsi le mani, di raccontare la parte più brutta e brutale dell'umanità, la sua parte più bassa. Una famiglia quasi normale mostra quanto siano impattanti sulla vita dei figli gli errori dei genitori, quanto siano pericolosi i silenzi in un matrimonio e quanto, per una ragazza spezzata dentro, sia difficile avere rapporti sani, fare le scelte giuste in amore e accettarsi per ciò che è. Una famiglia quasi normale è una serie spessa, che accumula sempre più tensione narrativa ma che non ha mai il timore di mostrare il brutto della vita. C'è violenza sessuale, psicologica, fisica, verbale ma c'è anche sempre la via d'uscita da tutto ciò. La serie, infatti, dà sempre al pubblico la possibilità di capire da dove nasce questa violenza e come si può risolvere e superare. Il percorso dei personaggi, nel corso del racconto, è fatto di equilibri spezzati, crolli emotivi, scatti di rabbia, errori ma anche di consapevolezze e rinascita. È un percorso di formazione crudo ma realistico, e assistere a tutto ciò per lo spettatore è da un lato impegnativo, dall'altro quasi catartico.

La storia di Una famiglia quasi normale è quella, appunto, di una famiglia che apparentemente non ha nulla che non va ma che nel profondo è spezzata dalle crepe psicologiche dei suoi componenti che diventano vere e proprie voragini. Ci sono bugie, tradimenti, una fiducia che si è spezzata definitivamente e un non-detto che diventa la miccia per una vera e propria catasfrofe emotiva. È una serie che parla a tutti, ai giovanissimi e agli adulti, ai genitori e a chi, invece, ha scelto di non avere figli, parla a chi è in crisi e a chi, è in pace con sè stesso ma una cosa è certa: nonostante la visione di questa serie sia psicologicamente dura, alla fine, ciò che resta, è un bell'esempio di persone che si redimono e che, non negando più i loro problemi ed errori, riescono ad andare avanti e migliorarsi. 
La serie ha qualche attimo di lentezza, ma è un buon prodotto abbastanza fedele al libro. Inoltre un grande vantaggio ce l'ha ed è il coraggio di andare nel profondo, di affrontare temi delicati e attualissimi, dalla violenza sulle donne all'alcolismo, dal rapporto difficile genitori-figli, al tradimento e di fare tutto ciò con grande audacia, sfrontatezza e realismo.