Emily in...Rome! Stagione 5...bella ma ora basta!


Se c'è una comedy scacciapensieri su Netflix, quella è sicuramente Emily in Paris (qui la recensione completa). Creata da Darren Star e interpretata da Lily Collins, è l'appuntamento annuale oramai irrinunciabile per chi vuole staccare il cervello e godersi una sorta di commedia romantica (e lavorativa) in cui alla fine ogni cosa si risolve per il meglio, senza dimenticare gli outfit che fanno invidia alla Carrie di Sex and the City (non a caso le due serie hanno lo stesso "papà", Darren Star). 
Arrivati al quinto capitolo (uscito a fine dicembre scorso), gli autori hanno provato a mescolare le carte in tavola per stuzzicare ancora una volta gli spettatori, e provare a dare un po' di stabilità ai personaggi, facendo approdare la serie in Italia.

Emily Cooper è ora a capo della nuova sede romana dell'Agence Grateau, anche se la sua capa Sylvie (Philippine Leroy-Beaulieu), in preda a una crisi personale e lavorativa, tentenna a lasciarle effettivamente le redini. La dirigente decide di rimanere nella capitale italiana insieme ai fidi Luc (Bruno Gouery) e Julien (Samuel Arnold) per acquisire altri clienti oltre alla famiglia Muratori, e giustificare così l'ufficio romano. Emily affronta clienti italiani, muovendosi tra il quartiere Coppedè, Palazzo Fendi, il Palazzo della Civiltà Italiana – sede della Maison – e ristoranti come Zuma e l'Hotel de Russie. Emily sembra molto più sciolta e sicura di sé rispetto a quando arrivò a Parigi nel ciclo inaugurale e sembra pronta ad un nuovo capitolo: la nuova agenzia, la nuova vita romana, la relazione stabile e felice con Marcello, inevitabilmente legata al lavoro. Se qualcosa andrà storto, però, tutto rischia di ingarbugliarsi su sé stesso. Roma, in questo contesto, diventa il posto dove provare a vivere in modo diverso, con un ritmo meno rigido e una relazione più naturale. Marcello rappresenta proprio questa alternativa: un'idea di rapporto più spontanea, meno calcolata. 
Ma Emily in Paris resta fedele a sé stessa e rimette in gioco il passato, con Gabriel che riappare ancora una volta nel momento sbagliato.


Darren Star prova a dare uno scossone ai due rapporti più importanti della vita di Emily. Quello con Sylvie, che mette per la prima volta in discussione le proprie scelte e potrebbe trovare nella sottoposta, pur trattandola male, una sua "erede". Un po' come Miranda e Andy alla fine de Il diavolo veste Prada. Sylvie è infatti costretta a fare i conti con il fallimento, una situazione che la mette in una posizione di disagio e non più di superiorità. Rimane caustica, ovviamente - è la cifra del personaggio - ma il voto di fiducia fatto verso il suo team e in particolare verso Emily la porta a delegare, a prendersi spazi extra-lavorativi, del tempo per pensare al suo presente e al suo futuro. Si troverà presto, dunque, a fare i conti anche con i suoi amori passati — dall'ex marito Laurent (Arnaud Binard) al flirt con Giancarlo Petri (Raul Bova) — e nuove possibilità raccontano la libertà di una donna che non si piega alle regole altrui. L'altra relazione principale di Emily è l'amicizia con Mindy (Ashley Park) che per la prima volta nella storia della serie verrà seriamente messa in crisi.
L'aspirante cantante (canta veramente in ogni episodio...una noia!), ormai showgirl a tutti gli effetti, viene coinvolta in nuove opportunità lavorative e deve superare la rottura con Nico (Paul Forman), che torna pentito per come si è comportato. 
Anche Emily si trova ad avere a che fare di nuovo coi suoi vecchi spasimanti: da un lato l'eterno tira e molla con lo chef (ora stellato) Gabriel (Lucas Bravo, che inizialmente non voleva partecipare a questa stagione). Dall'altro la porta con l'avvocato Alfie (Lucien Laviscount) sembra definitivamente chiusa. Sarà proprio Alfie ad avere un ruolo marginale, ora, in un rapporto neonato con Mindy, senza senso, solo per provare a non escludere l'attore dal contratto. 
Nonostante questo, gli autori sembrano dimenticarsi di alcuni personaggi come Genevieve (Thalia Besson), villain della scorsa stagione (qui la recensione). Tutto questo sicuramente perché Emily ormai vive la sua vita a Roma e non ha più tempi per gli amici di Parigi.
Sarà forse che come italiani ci sentiamo giocoforza maggiormente chiamati in causa, ma facciamo fatica a digerire alcune nuove trovate relative al nostro Paese. Su tutte, Luc che trova alloggio solamente in un convento per questioni economiche (quando nella serie sono tutti benestanti). O ancora alcuni fraintendimenti linguistici a cui vanno incontro i protagonisti, che sembrano usciti direttamente da una commedia di second'ordine dagli anni '90. Penso che l'unico vero progresso che ho visto sia stato Emily che parlava francese con alcuni negozianti. E ancora Solitano, l'immaginario paese del cashmere (aka il borgo di Ostia Antica) che diventa una sorta di Roccaraso estiva versione upper class. Oppure l'utilizzo di ammiccamenti a show tv italiani modificandone il nome: Ballando con le stelle si trasforma in Ballando, ballando, ballando con una simil Milly Carlucci in sottofondo. 
Il rapporto con i brand, invece, in questa stagione diventa esplicito e narrativamente integrato. Marchi come Fendi, Prada, Dolce & Gabbana, Intimissimi e L'Oréal non sono più semplici comparse, ma elementi che entrano a far parte della narrazione. Nelle prime stagioni, infatti, la serie era costretta a inventare brand fittizi, come nel caso di Bavazza, per aggirare le restrizioni legate ai marchi reali. Oggi, invece, la produzione collabora direttamente con i brand, che appaiono per quello che sono realmente, trasformando ogni outfit, accessorio o scena in contenuto virale e condivisibile. 
Ci sono, però, anche dei punti a favore nella serie. Innanzitutto la quinta stagione rimette le tematiche lavorative al centro della narrazione - come la solita crisi di idee che affronta la nostra protagonista - ma spezzettandola un po' troppo, complici le tante città visitate, portandola ad una sorta di crescita personale. Tutti sono comunque alla ricerca di una stabilità, tanto personale quanto professionale; in aiuto arrivano guest star sorprendenti come Minnie Driver e Bryan Greenberg.

Nelle prime stagioni Emily rappresentava uno stereotipo: l'americana entusiasta che inciampa nei codici culturali francesi, risolvendo tutto con creatività e ottimismo. Nella quinta stagione, invece, il personaggio interpretato da Lily Collins è costretto a confrontarsi con un cambiamento più concreto, soprattutto sul piano professionale. L'esperienza romana la mette davanti a clienti meno gestibili e a un equilibrio lavorativo più instabile rispetto a Parigi, costringendola a prendersi responsabilità reali e ad accettare anche l'idea del fallimento. Emily diventa così meno impulsiva e più consapevole del proprio ruolo.
Eugenio Franceschini, alias Marcello Muratori, erede della dinastia del cashmere più esclusivo nonché love interest della nostra protagonista, diventa il Cicerone del nostro paese, in particolare di Roma. Lui vuole darle tutto, lei sembra desiderare ciò che lui ha da offrirle. Tocca vedere tutti gli episodi per scoprire se Emily andrà davvero fino in fondo.
Venezia, invece, diventa lo scenario perfetto per il finale di stagione. La sfilata della linea Marcello Muratori, ostacolata dall'acqua alta, si svolge nella chiesa di San Francesco della Vigna, mentre altre scene mostrano il Canal Grande, piazza San Marco e hotel come il St. Regis e il Danieli. 
Insomma…che dire? Sempre la solita serie, forse più matura decisamente, ma ad un certo punto ti chiedi: "quando finisce?". Nico ha lasciato l'azienda di famiglia... ma ha dei soldi dal nonno! Non ha un posto dove lavorare... e allora Pierre Cadault gliene dà uno! Marcello ha lasciato l'azienda di famiglia... ma sua madre lo vuole indietro! Sylvie è fallita... ma Emily salva la situazione! Che palle!

Emily resta in Paris, ma si concede una "vacanza romana" e una capatina in gondola (what else?) nella Serenissima, sempre con foulard firmato al collo per evitare l'italianissimo "colpo d’aria". 
A questo punto la domanda non è se Emily in Paris sia superficiale e piena di cliché, ma perché continuiamo a pretendere che non lo sia. Emily in Paris funziona perché è un prodotto dichiaratamente pop, camp e autoironico, che non cerca mai di mascherarsi da racconto realistico. Come Sex and the City prima di lei, la serie usa città idealizzate e situazioni volutamente sopra le righe per costruire un universo coerente, in cui lo spettatore non cerca verità sociologiche ma evasione consapevole. 
La sesta stagione, già confermata da Netflix, potrebbe essere la risposta. Alcuni indizi suggeriscono che la Grecia potrebbe essere la prossima destinazione di Emily nel suo tour europeo. Questo nuovo cambio di scenario offrirà l'opportunità di resettare alcune dinamiche, di introdurre nuovi personaggi e forse di trovare un equilibrio tra la leggerezza originale della serie e la profondità narrativa che ha conquistato i critici nella stagione cinque.