Premessa:
non sono un'amante degli anime. E da qui mi prenderete per pazza, o meglio,
qualcuno di decisamente più esperto di me ha già pensato di dire la sua su
questo anime così famoso.
Cowboy
Bebop è uno di quei
rari anime che trascendono il proprio genere, diventando un'esperienza
cinematografica a tutti gli effetti, anche se un po' particolare. Uscito nel
1998 e diretto da Shinichirō Watanabe, è considerato oggi un classico senza
tempo, capace di conquistare sia gli appassionati di lunga data che chi si
avvicina per la prima volta all'animazione giapponese.
Costituita da 26 episodi
e un film, è una serie autoconclusiva di fantascienza. In occasione dell'allora
debutto del controverso live-action di Cowboy Bebop su Netflix, l'ho
vista solo due anni fa e, non essendo un'amante degli anime attuali, mi sono
resa conto che questo classico mi mancava dalla libreria della mia infanzia.
Non posso definirlo come spettacolare come è stato definito da molti. La trama
si sviluppa molto lentamente e, a mio avviso, non è molto originale.
I due, al comando della loro astronave, il BeBop, si spostano di pianeta
in pianeta per acciuffare i più pericolosi criminali della galassia e guadagnarsi
da vivere. La loro è una vita avventurosa e monotona allo stesso tempo, che
viene sferzata da una ventata di aria fresca quando al gruppo si aggiungono
alcuni nuovi stravaganti membri: il cane Welsh Corgi Pembroke iper-intelligente
Ein, la sensuale truffatrice indebitata fino al collo Faye Valentine e la
geniale hacker Radical Edward. Così composta, la brigata si trova ad affrontare
un gran numero di casi, spesso dall'esito deludente, che fanno inesorabilmente
riemergere il loro passato oscuro e pieno di ombre. Ed è proprio il passato dei
protagonisti, che riaffiora a poco a poco, a tessere il filo conduttore di
un'opera dalla forte impronta filosofica, che introduce lo spettatore a temi
delicati trattati con profonda saggezza.
Dell'universo ideato dal geniale regista giapponese, si sa
poco o nulla, se non che sono stati colonizzati molti altri pianeti del nostro
sistema solare; ciononostante, proprio questo non detto riesce ad esercitare un
fascino unico sullo spettatore. I personaggi, grande punto di forza dell'opera,
non hanno bisogno di esternare i propri sentimenti, la maggior parte delle
volte basta uno sguardo o un atteggiamento per capire cosa li turba. La stessa
scelta di episodi dalla natura autoconclusiva, a mio avviso, eleva in parte
l'opera, poiché non si serve di tutti i suoi ventisei episodi per raccontare la
propria storia (che sarebbero stati ben troppi). Di fatto, se si rimane
indietro di qualche episodio, come mi è capitato tante volte, non servono
troppi riassunti per ritrovare il filo. Cowboy Bebop si prende il giusto
tempo e numero di puntate per narrare il passato dei protagonisti, mostrare il
loro presente e gettare uno sguardo sul futuro, ma allo stesso tempo si concede
attimi di pausa, che hanno il grande pregio di riuscire ad esaltare quelli dal
maggior impatto emotivo.
Innanzitutto,
c'è Jet Black, il comandante del BeBop e anche il primo a fare i conti con il
proprio passato. Jet è un ex-poliziotto che ha finito col diventare cacciatore
di taglie in seguito ad un "incidente" che gli ha procurato una
vistosa cicatrice sull'occhio destro e la perdita del braccio sinistro, che ha
sostituito con uno metallico. Jet, burbero e rude, è un uomo che credeva
nell'amore e nell'amicizia, ma è stato brutalmente tradito, prima dal collega
di lavoro e poi dalla compagna, che lo ha abbandonato lasciandogli come unico
ricordo di sé un orologio da tasca. Jet conserva con affetto l'oggetto,
nonostante non funzioni più, forse con la speranza che le lancette inizino a
girare in senso antiorario, in modo da potergli restituire i giorni perduti, ma
questa altro non è che una vana speranza. Eppure, durante uno dei suoi casi,
Jet incontra finalmente Alisa, questo il nome della donna, e solamente dopo
averla rivista per un'ultima volta e aver capito il motivo per cui lei lo aveva
lasciato, Jet riesce a liberarsi da quelle catene che da troppo tempo lo
tenevano imprigionato. Il lancio a mare dell'orologio è la scena che sancisce
l'affrancamento di Jet dal proprio passato (1x06).
Prima di arrivare a Spike, il suo primo
alleato – che si può definire il vero protagonista – c'è Faye Valentine, la
sensuale giocatrice d'azzardo che, per motivi inizialmente sconosciuti, è
indebitata fino all'osso e perseguitata dai creditori. Se Jet o Spike il
passato non riescono a dimenticarlo, l'incallita fumatrice (proprio come Spike)
Faye ha perso la memoria dopo un terribile incidente, a seguito del quale è
rimasta ibernata per oltre 50 anni. Evento che l'ha resa particolarmente
fragile, tanto da portarla a nascondere le sue debolezze dietro ad
un'imperscrutabile maschera di arroganza. Faye è esuberante e presuntuosa,
nonché egoista fino al midollo, e questo la porta a scontrarsi sul piano
caratteriale con Spike e Jet. Abituata ad abbandonare prima di essere
abbandonata, si rende conto ben presto di essersi affezionata a questi due, oltre
che a Ed e Ein, che in questo mondo rappresentano l'unica famiglia che abbia
mai avuto, o meglio di cui abbia ricordo. Sul passato di Faye, infatti, aleggia
un'aria di mistero molto fitta, perché di quando era adolescente non rammenta
nulla (1x11). Il passato comincia a riaffiorare nella sua mente nel momento in
cui le viene recapitata una videocassetta di cui la lei negli anni
dell'adolescenza è il soggetto il principale (1x12). Tutto questo le provoca un
forte turbamento interiore, tant'è che Faye decide di abbandonare il BeBop per
andare alla ricerca del proprio passato, che una volta ritrovato risulta essere
più doloroso del previsto. Di quel poco che ricorda non è rimasto nulla e la
speranza di un attimo prima deve fare posto ad una forte sensazione di
solitudine e tristezza. Dopo avercela messa tutta per perseguire il proprio
obiettivo, però, Faye è pronta a lasciar andare il passato, per poter tornare
con la mente al presente e all'unica famiglia che riconosce come tale, la
ciurma del BeBop (1x24).
Infine,
impossibile non menzionare Spike Spiegel, ex-affiliato del Red Dragon, che ha
deciso di abbandonare il mondo della criminalità organizzata per dedicarsi alla
nobile arte del cacciatore di taglie. Spike è un uomo che ha reciso i ponti con
il proprio passato dopo esser stato tradito dalla donna amata. Egli è la figura
perfetta dell'antieroe solo e rassegnato, che non ha più aspettative per il suo futuro, abilissimo
nelle sparatorie e nei combattimenti corpo a corpo, che vive alla giornata
senza preoccuparsi del proprio futuro e ritiene di essere già morto e di star
semplicemente vivendo un sogno (1x13, 1x15,1x16). Come per gli altri compagni,
però, anche per lui il passato torna a galla e, quando quest'ultimo bussa alla
sua porta, lui non può far altro che aprirgli. Gli incontri con Vicious prima e
Julia poi lo invitano ad una definitiva resa dei conti, consapevole del fatto
che potrà sentirsi veramente libero soltanto dopo essersi divincolato da questa
morsa che lo tiene stretto da tanto, troppo tempo. L'incontro con Julia è di
grande impatto emotivo per entrambi ed è ciò che conferisce a Spike la forza
necessaria per affrontare Vicious in un sanguinoso duello finale. A mio avviso
Julia è il punto debole della produzione: il suo personaggio viene approfondito
troppo poco e liquidato in fretta, mentre si sarebbe potuto sacrificare un
episodio di quelli con pochi elementi di arricchimento della trama per
concentrarsi un po' di più sulla sua figura e sul suo rapporto con Spike.
Probabilmente la cosa è voluta: Julia porta con sé un forte significato
allegorico, rappresenta il sogno di Spike, un sogno dal quale non riesce a
destarsi.
Lo scontro con il suo amico-rivale è la dimostrazione lampante di
come Spike sia ancora vivo, per quanto ancora imprigionato nel suo passato
(1x26). Spike affronta a testa alta il proprio trascorso da mafioso,
consapevole delle conseguenze che questo comporterà. Se, però, Jet può essere considerato
un "duro e puro", visto che era poliziotto e che rimane gravemente ferito
compiendo il suo dovere, di contro, tale appellativo non si può assegnare a
Spike, il quale, facendo parte di un'organizzazione criminale, deve inevitabilmente
aver compiuto delle nefandezze; tra l'altro, da quello che si capisce, il suo
rango nella triade era piuttosto alto. Due lupi solitari, non troppo legati tra
loro ma consapevoli di aver bisogno l'uno dell'altro. Viaggiano di pianeta in
pianeta, vivendo avventure brevi che si risolvono quasi sempre in un buco
nell'acqua, alla costante ricerca della taglia che gli farà incassare un bel
po' di grana per arricchirsi e vivere in maniera soddisfacente. Questi eventi
passati, tuttavia, vengono totalmente accantonati dall'autore, facendo apparire
Spike come un eroe romantico tutto di un pezzo, la cui unica macchia è
l'appartenenza a quell'organizzazione, mentre si soprassiede totalmente su
quello che tale confraternita compiva e, soprattutto, faceva compiere ai suoi
affiliati.
Infine
abbiamo Ed, una ragazzina geniale e iperattiva che si aggrega alla banda a
serie ormai inoltrata e che funge da principale comic relief dello show (quasi
fastidiosa). Tante volte
si fa riferimento a "tre anni fa", frase spesso pronunciata nella
serie. Questo riferimento temporale lega insieme tutti i personaggi, infatti
"tre anni fa" è il tempo trascorso da quando Spike e Jet sono
diventati partner nel lavoro di cacciatori di taglie, ma anche tre anni da
quando Faye si è svegliata dal suo sonno criogenico e tre anni da quando Ed ha
lasciato l'orfanotrofio. E proprio su quest'ultima aleggia sempre l'enigma
maschio - femmina. Nell'episodio 24 (Hard Luck Woman) compare il padre
di Ed che chiama il figlio/a Ed Francoise, ma anche lui non ricordandone il
sesso. Anche l'ingresso del personaggio di Ed in scena non era certamente molto
programmato. Nell'episodio 5 (Ballad of Fallen Angels) due ragazzi
vengono sorpresi a rubare pornografia e proprio in uno di essi è possibile
riconoscere il giovane Ed.
Pur non rappresentando certamente dei modelli da
seguire, è impossibile non appassionarsi alle disavventure dei membri della
ciurma del BeBop: reietti, figli di nessuno, a loro modo stravaganti e con un
passato spesso ambiguo e problematico - insomma dei veri e propri cowboy del
futuro - ciascuno di essi è destinato a rimanere impresso nella memoria dello
spettatore. La
caratterizzazione dei personaggi sia principali che secondari (alcuni ricorrono
solo in un solo episodio) risulta, comunque, abbastanza efficace, nonostante
qualche buco nelle singole storie dei protagonisti (l'inizio del sodalizio tra
Jet e Spike, ad esempio), per cui si arriva a non capire del tutto questo senso
di solitudine che vivono. La vita sulla BeBop, poi, incarna perfettamente
questo stato di incomunicabilità tra i protagonisti, perché ognuno di loro,
piuttosto che interagire con gli altri, preferisce starsene per fatti suoi: chi
sdraiato sul divano a fumare una sigaretta, come Spike; chi a riparare la
nave, come Jet; chi a prendersi cura del proprio corpo, come Faye; chi invece a lavorare
sul computer, come Ed. I protagonisti sono sempre troppo disillusi, quasi
svogliati. Sembrano agire più per rassegnazione che per convinzione o per un
più grande ideale. Insomma forse il più grande pregio di Cowboy Bebop è
anche il suo più grande difetto. Una descrizione maniacale della vita nei suoi
colori più grigi senza slanci emotivi, realistica al punto da non lasciar
spazio al sogno e all'evasione.
Parliamo, però, ora dei villain: se i
protagonisti sono caratterizzati al meglio, non si può certo dire la stessa
cosa degli antagonisti, a volte scialbi o spesso appena abbozzati, in
particolare il "main villain", Vicious, la metà oscura di Spike, un
uomo freddo, spietato e cinico le cui azioni influenzeranno pesantemente il
destino del BeBop, è forse il più stereotipato cattivo mai visto in un anime.
Un mafioso insensibile e cinico armato di spada, dai capelli bianchi e dalla
voce grossa e roca. Più
emblematico è Mad Pierrot, stravagante killer dalla forza sovrumana, a cui
dobbiamo uno degli episodi migliori dell'intero show (1x20).
Seppure fosse alla sua prima esperienza da regista, Watanabe riuscì
a creare un'opera che incarnava la sua forte visione creativa, rivolta ad un
range d'età che dai ragazzini arrivava fino ad un pubblico adulto. Non furono
pochi anche gli ostacoli incontrati durante la prima messa in onda sulla rete
televisiva giapponese. All'epoca, infatti, l'emittente TV Tokyo si rifiutò di
trasmettere più della metà delle puntate previste, ritenute troppo violente per
il pubblico, limitandosi solamente a 12 nella primavera del 1998. La prima
trasmissione integrale avvenne solo qualche mese più tardi, dal 23 ottobre 1998
al 23 aprile 1999, sul canale satellitare WOWOW. La serie è arrivata in Italia appena dopo un anno
dalla sua uscita in patria e sotto le ali della Dynit, ma il titolo adesso fa
parte della sempre più grande scuderia ShinVision. Le versioni uscite sono in
VHS e in DVD di ottima qualità, video nel classico formato 4:3 e audio con
codifica Dolby. Di ultima pubblicazione la "complete edition" in cui
tutta la serie trova posto in 4 DVD. Parliamo sempre di fine anni '90 per capirci.
Ogni episodio affronta un tema, e lo fa dandogli il giusto
tono e contesto: si parla di dipendenze da droghe, esistenza, terrorismo,
criminalità, ecologismo, ricordo e contemplazione del passato... il tutto
alternato con momenti comici e rilassati e una trama orizzontale che fa
capolino ogni tanto.
Tutto ciò è accompagnato da una colonna sonora leggendaria composta da Yoko Kanno e
suonata dai The Seatbelts, dominata da jazz, blues e rock. È decisamente
l'animazione meno "loquace" che abbia mai visto, perché alle parole preferisce
la musica. L'azione c'è,
ma spesso è relegata nel finale degli episodi, mentre per gran parte del
racconto a farla da padrone, sono i fondali, le pose dei personaggi e i loro
silenzi, che creano un'atmosfera malinconica e introspettiva.
Il comparto
tecnico è, dunque, semplicemente eccezionale: le musiche sono sempre azzeccate e la
componente visiva, parliamo del 1998, spesso risulta vincente anche nei
confronti delle più recenti creazioni nipponiche. In alcuni momenti sembra che
sia utilizzata la CGI, tuttavia, non è mai riscontrabile un forte contrasto fra
il fondale e il soggetto in azione, che sia un'astronave o un personaggio. Le animazioni sono fluide e credibili e, sebbene i
colori non siano così brillanti come quelli delle produzioni odierne, l'aspetto
generale rimane ancora oggi di alto livello.
Come se non bastasse, Cowboy
Bebop è anche uno degli anime più citazionisti di sempre e non si contano i
riferimenti e gli omaggi alla cultura artistica occidentale, fattore che ha contribuito
in modo decisivo al suo successo anche al di fuori dei confini nipponici.
Pensiamo ai rimandi a pellicole come Alien (1x11), Star Treck, Blade
Runner (1x07) e 2001: Odissea nello spazio, oppure al titolo stesso
della serie e a quelli dei singoli episodi, tutti ispirati al mondo musicale,
tra cui Bohemian Rhapsody dei Queen e My Funny Valentine di Frank Sinatra.
Non
posso concludere senza aver menzionato il superbo lavoro svolto dai doppiatori:
un lavoro svolto con cura e intensità di interpretazione (il doppiaggio di un
tempo!).
Dal punto di vista tecnico, dunque, nulla dire.





