SCONFORT ZONE


Quando la bolla che ci protegge dal mondo scoppia, quando le certezze su cui abbiamo costruito la nostra esistenza iniziano a crollare, ci ritroviamo costretti a fare i conti con noi stessi. Questo è esattamente il viaggio emotivo che affronta Maccio Capatonda nella sua ultima serie. 
A Marzo dell'anno scorso è uscito Sconfort Zone su Amazon Prime Video. Marcello Macchia rivede il suo Maccio Capatonda in una serie incredibilmente coraggiosa. Affronta i propri demoni, i personaggi cult, il legame con i fan. Smonta e ricompone sé stesso, guardando in faccia la propria libertà di cambiare, di innovarsi. Prende posizione, esce dallo schema, distrugge l'algoritmo. Finalmente. 
Scritta insieme ad Alessandro Bosi, Mary Stella Brugiati, Danilo Carlani e Valerio Desirò (che troviamo anche nel cast, in un ruolo determinante, dopo aver accompagnato Maccio per anni negli sketch), e diretta insieme ad Alessio Dogana, Sconfort Zone è l'illuminazione che aspettavamo, una sorta di autobiografia grottesca, surreale, ma anche profondamente sincera, del comico abruzzese. Una presa di coscienza che diventa all'improvviso specchio contemporaneo: Maccio alias Marcello racconta con serissima ironia un'epoca sovraesposta, caricata, distratta, e lo fa con una sincerità talmente potente da risultare catartica.

Marcello Macchia è rimasto a corto di ispirazione ed è alle prese con una profonda crisi creativa. Un foglio bianco, il blocco dello scrittore, le idee che mancano. Ha raggiunto il successo come Maccio Capatonda, e dopo aver firmato un contratto per scrivere una serie si ritrova alla viglia della consegna con niente da proporre. È stato già fatto e detto tutto, e i personaggi-fenomeni di Maccio non sembrano più adatti: bisogna ucciderli per poter tornare a vivere. La produzione sta aspettando il pitch per una nuova serie, e quindi serve una terapia d'urto: nonostante gli avvertimenti del suo manager (interpretato dal vero manager dell'artista, Luca Confortini) e nonostante i dubbi della sua compagna (Francesca Inaudi), Marcello/Maccio, ormai disposto a tutto pur di ritrovare l'ispirazione che l'ha reso famoso, si affida, pertanto, alle cure del terapista Arnaldo Braggadocio (Giorgio Montanini), un luminare della psicoanalisi, da cui accetta di seguire i suoi consigli affrontando prove psico-fisiche per uscire dalla sua confort zone, una terapia d'urto che lo costringerà a vivere ogni suo peggiore incubo. Dovrà superare sfide impensabili, oltre l'inaudito, per ritrovare - chissà - l'ispirazione perduta. 
Proprio nel primo episodio di Sconfort Zone abbiamo una scena che vede il protagonista confrontarsi con tre colleghi alle terme. Sempre gli stessi - Valerio Lundini, Edoardo Ferrario e Fru dei Jackal -, che col senno di poi, gli rubano non poco la scena. Si tratta di un inserto che richiama molto Sono Lillo (qui la recensione), in cui, prima o poi, in ogni puntata, ci si ritrova in un polveroso bar con serate di stand up comedy gestito da un Paolo Calabresi nei panni di un umorista fallito che ospita il meglio della nostra scena comica minandone la forza con consigli che (volutamente?) la azzerano. 
Ma, tornando a Sconfort Zone, e al problema che quasi affossa il progetto, come una buccia di banana che ti fa sbattere il culo e la testa per terra, nella prima mezz'ora della serie, succede una cosa che allontana una buona fetta del pubblico: all'inizio del racconto, infatti, il nostro, si imbatte in uno psicologo poco ortodosso, apparentemente molto rinomato, che gli propone una cura estrema per riattivare la sua vena creativa e parte dall'invito a morire e rinascere dalle proprie ceneri. Solo che la proposta in questione non è intesa in senso metaforico. Capatonda, infatti, viene spedito per una settimana in un hospice, in cui deve vivere come un malato terminale tra reali malati terminali. Non solo, deve immedesimarsi, mostrando i sintomi di un cancro a sua scelta, il loro peggioramento e la dipartita, il tutto anche adottando pannolone e catetere. Un po' too much, ad essere sinceri. Perché l'hospice fa parte delle cose di cui non si può ridere, è un luogo che ci si augura non dover frequentare e del quale si possono avere ricordi dolci e insieme dolorosissimi perché vi si è visto spegnersi qualcuno di caro. È anche, però, tutta una questione di tono. Perché in una dramedy ben fatta, che voglia parlare di cose anche serie, si può trovare un sorriso anche in questa situazione, ma non ridendoci sopra o usandola per costruire uno sketch. Maccio sembra cercare un mix tra ironia e riflessione, ma le prime battute che avviano questo suo tentativo di misurarsi con quello che è ormai un classico cult, gli escono male. Poi, si riprende, quando lega con una paziente che gli parla di come non si possa combattere sempre e per sempre, di quanto sia importante anche lasciarsi andare e riposare, così come riconnettersi con la vita e il suo viaggio, senza ridurla solo a un combattimento. L'incontro tra i due è bello e centrale, tanto che più avanti ritorna una seconda volta. Per il resto, Sconfort Zone, si "ripiglia". 
La storia vede Capatonda al centro di altre 4 prove, non meno scioccanti della prima. Tutte corrispondenti a bivi morali e salti nel vuoto che ci terrorizzano nei nostri peggiori incubi (dalla partecipazione a trasmissioni improbabili al tradimento della propria partner fino ad esperienze ben più radicali, come la simulazione della sua morte), una vera e propria terapia d'urto rappresentata da una tortuosa via crucis, che lo porterà molto rapidamente a distruggere la propria esistenza. 
Oltre a ciò, l'ultima puntata pone dei seri dubbi in merito alla rappresentazione della salute mentale e della terapia come strumento psicanalitico: la serie cade in uno stereotipo della narrazione della terapia stranamente presente in Italia, e non particolarmente lusinghiero o veritiero nei confronti della categoria degli psicologi.

Vedendo Sconfort Zone, ci scommettiamo, stabilirete immediatamente una connessione con questo nuovo Maccio: meglio di altri, ha saputo raccontare in otto puntate da mezz'ora (che sembrano quasi poche) un'epoca costantemente caricata, capace di consumare l'ispirazione e il senso artistico in nome di una formattazione intellettuale dai confini standardizzati: ci ritroviamo a fare tutto, senza voler far nulla. È una scelta linguistica quasi rivoluzionaria quella di Marcello Macchia (ha ammesso che la sceneggiatura è in parte autobiografica, avendo affrontato effettivamente una crisi di idee), che sceglie di uscire dalla zona di confort (e mai titolo più azzeccato) per strutturare una serie tv tout court, curata nella struttura e nelle sue svolte, registrando un umorismo meta-narrativo, dai toni surreali, e legato ad un'uniformità relativa all'ironia scelta. In mezzo alla crisi dello scrittore e alle prove da superare per uscire dalla sua comfort zone, a legare gli episodi, le reference con cui Macchia è cresciuto: torna Ritorno al futuro - di cui Sconfort Zone riprende alcuni elementi - e torna il suo immaginario pop che lo ha formato (con tanto di omaggio a Non è la Rai), rendendolo, per distacco, il migliore tra gli autori comici. 
A questo punto, ci si chiede com'è che ancora una volta uno dei protagonisti più amati di LOL, lo show comico che da qualche anno è forse il più grande successo di pubblico di Prime Video, se ne esce con una serie in cui cestina i propri personaggi spinto da un mix di noia per i propri cavalli di battaglia e dall'ambizione di maturare diversamente come artista? Non ci bastava Sono Lillo? All'inizio Maccio, uscito vincitore dalla seconda edizione del contest comico, non aveva optato per questa soluzione e, piuttosto, aveva tirato fuori dal cappello un film con un viaggio in una realtà parallela in cui la tecnologia non era andata oltre il modem 56k, senza che si sviluppassero social, smartphone sempre più potenti e performanti e app di ogni genere. Il migliore dei mondi, dove persino Steve Jobs aveva dovuto abbandonare i propri progetti per diventare frutticoltore in Italia, era un prodotto che gli assomigliava e ampliava il suo repertorio. 
La regia è buona, anche se senza grandi intuizioni visive, e il montaggio di Roberto Di Tanna dà velocità e ritmo comico alle scene, aggiungendo una maggiore fluidità al racconto. Le riprese ravvicinate e lo zoom insistente mettono a nudo i personaggi, restituendo al pubblico un effetto di osservazione intima che priva gli stessi protagonisti delle loro maschere e li rende vulnerabili. Ciò che funziona è la cura con cui la serie costruisce la sua architettura narrativa non accontentandosi di allineare una serie di sketch o di macchiette, e in questo supera il pericolo di ripetersi che il Capatonda personaggio vuole scansare nella finzione. Se è vero che il disagio è il motore della comicità di Maccio (come della maggior parte dei comici) è anche vero che la rappresentazione di quel disagio è una via di fuga dalla possibilità di fallire in quella realtà che "è un posto spietato". Dunque la forma della serie aderisce perfettamente al dilemma che Marcello Macchia si deve essere posto a titolo personale, e riproduce la sua autentica paura di cadere nella ripetitività, perdendo la popolarità guadagnata in passato. Nel suo passaggio alla serialità Maccio Capatonda non perde la sua identità, anzi, fa leva su ciò che abbiamo appreso di lui e, talvolta, va contro le aspettative da lui stesso create, come quando si esibisce in un ballo rivelando un reale talento. La serie diventa quindi una riflessione sul dolore e sulla crescita, in cui l'autoconsapevolezza e l'evoluzione artistica non arrivano mai senza sforzo, ma attraverso un lavoro profondo e talvolta destabilizzante. La sua visione comica, sempre acuta e ironica, si intreccia con momenti di profonda introspezione, creando una tensione che cattura lo spettatore.

Sconfort Zone racconta della realtà come posto disagevole, del bisogno di farsi da parte e togliersi dal centro del mondo e di come sia impossibile riuscirsi, se il tuo posto è su un palco. 
La comicità in Sconfort Zone non è il fulcro, né il fine, bensì diventa il pretesto per spostare l'attenzione, prendendosi la responsabilità di cambiare, sfidando l'intero settore, levandosi le maschere, mostrandosi nudo e straordinariamente vulnerabile. Maccio ci invita a guardare al di fuori degli schemi, rivelando però la fragilità e la vulnerabilità a cui tutti noi, in qualche modo, siamo sottoposti e ci dobbiamo confrontare. Taglia a metà quella tavolozza emotiva che, complici i troppi stimoli, rende nebulose le nostre scelte. Uno spunto potentissimo, se considerato quanto oggi la società tenda a togliere il respiro in nome di una costante produttività, inseguendo un'effimera performance che martella e corrode. 
In un'epoca in cui spesso la serenità viene vista come il traguardo da raggiungere, Maccio ci ricorda che la vera crescita avviene solo nel confronto con le nostre fragilità. La serie, con il suo mix di umorismo e introspezione, è un viaggio catartico, una riscoperta della propria identità artistica e personale, e un monito a non temere il disagio, che può essere, alla fine, il più grande motore di cambiamento.