Quando la
bolla che ci protegge dal mondo scoppia, quando le certezze su cui abbiamo
costruito la nostra esistenza iniziano a crollare, ci ritroviamo costretti a
fare i conti con noi stessi. Questo è esattamente il viaggio emotivo che
affronta Maccio Capatonda nella sua ultima serie.
A Marzo dell'anno scorso è
uscito Sconfort Zone su Amazon Prime Video. Marcello Macchia rivede il suo Maccio
Capatonda in una serie incredibilmente coraggiosa. Affronta i propri demoni, i
personaggi cult, il legame con i fan. Smonta e ricompone sé stesso, guardando
in faccia la propria libertà di cambiare, di innovarsi. Prende posizione, esce
dallo schema, distrugge l'algoritmo. Finalmente.
Scritta insieme ad Alessandro
Bosi, Mary Stella Brugiati, Danilo Carlani e Valerio Desirò (che troviamo anche
nel cast, in un ruolo determinante, dopo aver accompagnato Maccio per anni
negli sketch), e diretta insieme ad Alessio Dogana, Sconfort Zone è
l'illuminazione che aspettavamo, una sorta di autobiografia grottesca,
surreale, ma anche profondamente sincera, del comico abruzzese. Una presa di coscienza che diventa
all'improvviso specchio contemporaneo: Maccio alias Marcello racconta con
serissima ironia un'epoca sovraesposta, caricata, distratta, e lo fa con una
sincerità talmente potente da risultare catartica.
Proprio nel primo episodio di Sconfort Zone
abbiamo una scena che vede il protagonista confrontarsi con tre colleghi alle
terme. Sempre gli stessi - Valerio Lundini, Edoardo Ferrario e Fru dei Jackal
-, che col senno di poi, gli rubano non poco la scena. Si tratta di un inserto
che richiama molto Sono Lillo (qui la recensione), in cui, prima o poi, in ogni puntata, ci
si ritrova in un polveroso bar con serate di stand up comedy gestito da un
Paolo Calabresi nei panni di un umorista fallito che ospita il meglio della
nostra scena comica minandone la forza con consigli che (volutamente?) la
azzerano.
Ma, tornando a
Sconfort Zone, e al problema che quasi affossa il progetto, come una
buccia di banana che ti fa sbattere il culo e la testa per terra, nella prima
mezz'ora della serie, succede una cosa che allontana una buona fetta del
pubblico: all'inizio del racconto, infatti, il nostro, si imbatte in uno
psicologo poco ortodosso, apparentemente molto rinomato, che gli propone una
cura estrema per riattivare la sua vena creativa e parte dall'invito a morire e
rinascere dalle proprie ceneri. Solo che la proposta in questione non è intesa
in senso metaforico. Capatonda,
infatti, viene spedito per una settimana in un hospice, in cui deve vivere come
un malato terminale tra reali malati terminali. Non solo, deve immedesimarsi,
mostrando i sintomi di un cancro a sua scelta, il loro peggioramento e la
dipartita, il tutto anche adottando pannolone e catetere. Un po' too much, ad
essere sinceri. Perché
l'hospice fa parte delle cose di cui non si può ridere, è un luogo che ci si
augura non dover frequentare e del quale si possono avere ricordi dolci e
insieme dolorosissimi perché vi si è visto spegnersi qualcuno di caro. È anche,
però, tutta una questione di tono. Perché in una dramedy ben fatta, che voglia parlare di cose
anche serie, si può trovare un sorriso anche in questa situazione, ma non
ridendoci sopra o usandola per costruire uno sketch. Maccio sembra cercare un mix tra
ironia e riflessione, ma le prime battute che avviano questo suo tentativo di
misurarsi con quello che è ormai un classico cult, gli escono male. Poi, si
riprende, quando lega con una paziente che gli parla di come non si possa
combattere sempre e per sempre, di quanto sia importante anche lasciarsi andare
e riposare, così come riconnettersi con la vita e il suo viaggio, senza ridurla
solo a un combattimento. L'incontro tra i due è bello e centrale, tanto che più
avanti ritorna una seconda volta. Per il resto, Sconfort Zone, si "ripiglia".
La storia
vede Capatonda al centro di altre 4 prove, non meno scioccanti della prima.
Tutte corrispondenti a bivi morali e salti nel vuoto che ci terrorizzano nei
nostri peggiori incubi (dalla partecipazione a trasmissioni improbabili al
tradimento della propria partner fino ad esperienze ben più radicali, come la simulazione della sua morte), una vera e propria terapia d'urto rappresentata da una tortuosa via
crucis, che lo porterà molto rapidamente a distruggere la propria esistenza.
Oltre a ciò, l'ultima puntata
pone dei seri dubbi in merito alla rappresentazione della salute mentale e
della terapia come strumento psicanalitico: la serie cade in uno stereotipo della narrazione
della terapia stranamente presente in Italia, e non particolarmente lusinghiero
o veritiero nei confronti della categoria degli psicologi.
A questo punto, ci si chiede com'è che ancora una volta uno dei
protagonisti più amati di LOL, lo show comico che da qualche anno è
forse il più grande successo di pubblico di Prime Video, se ne esce con
una serie in cui cestina i propri personaggi spinto da un mix di noia per i
propri cavalli di battaglia e dall'ambizione di maturare diversamente come
artista? Non ci bastava Sono Lillo? All'inizio Maccio, uscito vincitore dalla seconda edizione
del contest comico, non aveva optato per questa soluzione e, piuttosto, aveva
tirato fuori dal cappello un film con un viaggio in una realtà parallela in cui
la tecnologia non era andata oltre il modem 56k, senza che si sviluppassero
social, smartphone sempre più potenti e performanti e app di ogni genere. Il
migliore dei mondi, dove persino Steve Jobs aveva dovuto abbandonare i
propri progetti per diventare frutticoltore in Italia, era un prodotto che gli
assomigliava e ampliava il suo repertorio.
La regia è buona, anche se senza grandi intuizioni visive, e
il montaggio di Roberto Di Tanna dà velocità e ritmo comico alle scene,
aggiungendo una maggiore fluidità al racconto. Le riprese ravvicinate e lo zoom insistente mettono a
nudo i personaggi, restituendo al pubblico un effetto di osservazione intima
che priva gli stessi protagonisti delle loro maschere e li rende vulnerabili. Ciò
che funziona è la cura con cui la serie costruisce la sua architettura
narrativa non accontentandosi di allineare una serie di sketch o di macchiette,
e in questo supera il pericolo di ripetersi che il Capatonda personaggio vuole
scansare nella finzione. Se è vero che il disagio è il motore della comicità di
Maccio (come della maggior parte dei comici) è anche vero che la
rappresentazione di quel disagio è una via di fuga dalla possibilità di fallire
in quella realtà che "è un posto spietato". Dunque la forma della
serie aderisce perfettamente al dilemma che Marcello Macchia si deve essere
posto a titolo personale, e riproduce la sua autentica paura di cadere nella
ripetitività, perdendo la popolarità guadagnata in passato. Nel suo passaggio alla serialità
Maccio Capatonda non perde la sua identità, anzi, fa leva su ciò che abbiamo
appreso di lui e, talvolta, va contro le aspettative da lui stesso create, come
quando si esibisce in un ballo rivelando un reale talento. La serie diventa quindi una
riflessione sul dolore e sulla crescita, in cui l'autoconsapevolezza e
l'evoluzione artistica non arrivano mai senza sforzo, ma attraverso un lavoro
profondo e talvolta destabilizzante. La sua visione comica, sempre acuta e ironica, si intreccia
con momenti di profonda introspezione, creando una tensione che cattura lo
spettatore.
La comicità in Sconfort Zone non è il fulcro, né il fine, bensì
diventa il pretesto per spostare l'attenzione, prendendosi la responsabilità di
cambiare, sfidando l'intero settore, levandosi le maschere, mostrandosi nudo e
straordinariamente vulnerabile. Maccio ci invita a guardare al di fuori degli
schemi, rivelando però la fragilità e la vulnerabilità a cui tutti noi, in
qualche modo, siamo sottoposti e ci dobbiamo confrontare. Taglia a metà quella
tavolozza emotiva che, complici i troppi stimoli, rende nebulose le nostre
scelte. Uno spunto potentissimo, se considerato quanto oggi la società tenda a
togliere il respiro in nome di una costante produttività, inseguendo
un'effimera performance che martella e corrode.
In un'epoca in cui spesso la serenità viene vista come
il traguardo da raggiungere, Maccio ci ricorda che la vera crescita avviene
solo nel confronto con le nostre fragilità. La serie, con il suo mix di
umorismo e introspezione, è un viaggio catartico, una riscoperta della propria
identità artistica e personale, e un monito a non temere il disagio, che può
essere, alla fine, il più grande motore di cambiamento.
