Finale di una serie epocale - quinta stagione di Stranger Things, finalmente!


Dopo più di tre anni di attesa, l'ultima stagione di Stranger Things (qui la recensione della serie) dei Duffer Brothers è giunta al termine in questo 2026, ma non certo senza problemi, inciampi o, bisogna ammetterlo, evidenti falle narrative. Parliamo di un attesissimo capitolo finale di otto puntate, per una durata complessiva di oltre dieci ore, messe a confronto tuttavia con una risoluzione estremamente rapida del conflitto principale, che liquida il nemico più potente della serie - il Mind Flayer, bada bene, e non Vecna - in appena 15 minuti e pure senza particolari difficoltà. Gli episodi, come per le altre stagioni, sono stati suddivisi in tre parti: la prima parte comprende i primi quattro episodi usciti a fine novembre 2025, la seconda parte comprende i successivi tre episodi usciti il giorno di Natale scorso, ed infine la terza ed ultima parte comprende l'ultimo episodio di ben oltre 2 ore uscito il 1° dell'anno.

Come forse ricorderete (quarta stagione qui), Hopper viene infatti salvato dalla sua prigionia in Alaska da Murray e da Joyce (a cui confessa i suoi sentimenti venendo ricambiato), mentre il gruppo di ragazzi - inizialmente diviso fra la California e Hawkins - deve fronteggiare una nuova minaccia: Vecna, temibile demone responsabile della creazione del Mind Flayer e protagonista di un memorabile duello con Undici al termine dell'episodio numero 9, puntata che peraltro vede anche l'estremo sacrificio di Eddie. Il finale della quarta stagione aveva anche dato una conclusione davvero intensa e carica di tensione, tra una Max uccisa da Vecna e poi salvata in corner (o meglio, in coma) proprio da Undici - a cui tra l'altro Mike dichiara il proprio amore - e una Hawkins sconquassata da un terremoto e che si prepara, suo malgrado, ad accogliere l'avvento del Sottosopra nel mondo reale. 
Il primo episodio della quinta stagione apre con un comodo riassunto per tirare le fila delle puntate precedenti raccontato da Robin di Maya Hawke, divenuta "Rockin' Robin", speaker radiofonica che ora è di fatto la voce di Hawkins. Siamo nel novembre 1987, quattro anni dopo gli eventi raccontati nella stagione d'esordio, in un periodo dell'anno in cui ricorre il triste anniversario della scomparsa di Will nel Sottosopra che ha innescato la storia. Le scorie dell'accaduto sembrano ancora difficili da smaltire per il ragazzo, ma il giovane Byers non è l'unico a doversela vedere con i propri nemici interiori: ogni personaggio principale mette, infatti, sul piatto sin da subito un personale conto in sospeso con il passato (basti pensare a Dustin che deve ancora rielaborare la morte dell'amico Eddie); tutto carburante che alimenta la narrazione in modo vivace e solido, salvo qualche passaggio, tra il secondo e il terzo episodio, in cui il ritmo tira un po' il freno. L'ingresso di Linda Hamilton nel cast, nei panni della dottoressa Kay, è l'emblema della solita introduzione ricorrente di nuovi personaggi, che stavolta decide di concedere uno spazio maggiore anche alla piccola Holly, sorella minore di Mike e Nancy e protagonista di una storyline che promette molto e che dunque avrà il compito di mantenere. Ma è Hawkins più in generale a vivere un momentaccio. A causa delle ultime, sconvolgenti, vicende, la città è infatti isolata dal resto della nazione, con risorse che arrivano contingentate dall'esterno e una convivenza obbligata tra cittadini e forze militari, impegnate a contenere e vigilare su qualsiasi anomalia (e a dare la caccia a Undici, ancora ricercata dalle autorità). Di Vecna, in realtà, si sono però perse le tracce: lo scontro durissimo con la nostra amata ragazzina prodigio che lo ha visto soccombere sul finire della passata stagione dovrebbe far dormire sonni tranquilli a tutti, a quanto pare. 

Al netto di una parte centrale che, come detto, rallenta un po', con l'abbondanza di elementi tecnici e astratti da comprendere, come esperienze extracorporee e visioni in trance di Will - il racconto del Volume 1 sa ancora essere a tratti epico nella maniera a cui ci ha abituato, con sequenze pirotecniche e potenti dal punto di vista emozionale, seguite da una regia che non rinuncia a nulla sul versante della spettacolarità laddove ne intraveda l'occasione. La ciliegina sulla torta è ovviamente rappresentata dalla musica, una componente che negli anni non ha mai tradito la serie e che anche stavolta spicca grazie al consueto utilizzo di sintetizzatori e quello di brani leggendari della scena internazionale. 

Il finale di metà stagione esplosivo rimescola di brutto le carte in tavola con Will nuovamente catturato da Vecna, riportando i riflettori sul ragazzo. Il ragazzino che era scomparso nell'episodio pilota della serie, e intorno a cui ruotava gran parte della storia, era finito abbastanza in secondo piano nelle ultime stagioni, anche perché - ammettiamolo - Schnapp non si è dimostrato un grandissimo attore: un limite che è stato messo alla prova in tre episodi lunghissimi e di fondamentale importanza per il suo personaggio e per la storia della quinta stagione. 
Il periodo dei balli della scuola e delle partite a Dungeons & Dragons con patatine e bibite annesse è finito da un po': ora l'atmosfera è più tetra e opprimente, e più in generale aleggia sui protagonisti un senso di inquietudine più maturo; fattore, questo, che si riflette inevitabilmente in una recitazione che nel tempo si è fatta sempre meno sbarazzina. 

Il secondo volume di Stranger Things 5 è stato il momento in cui abbiamo seriamente temuto per la conclusione della serie. Nei tre episodi, che durano ciascuno oltre un'ora, i Duffer rallentano la narrazione per cominciare a sciogliere ogni nodo rimasto in sospeso, alternando spiegoni fantascientifici a momenti di introspezione con un tempismo non proprio impeccabile. La serie trova improvvisamente la necessità di spiegarci la vera natura del Sottosopra, anche perché solo una minima percentuale degli spettatori ha guardato lo spettacolo teatrale che approfondiva la storia di Vecna, intrecciandola con quella di Hawkins, dei genitori dei ragazzi e degli esperimenti che hanno causato tutto questo casino. È anche il momento in cui la serie comincia a riunire tutti sotto lo stesso tetto, dopo averli separati più e più volte, tentando nuove combinazioni di caratteri e storie: è proprio perché lo scontro finale appare dietro l'angolo che certi momenti risultano eccessivamente dilatati, come il ritorno di Max (una sempre più brava Sadie Sink) dalla mente contorta in stile Inception di Vecna. 
Ci sono, però, due scene sul finale che hanno fatto molto discutere: la prima coinvolge Jonathan e Nancy (Charlie Heaton e Natalia Dyer) in un momento che avrebbe dovuto essere di altissima tensione ma che si prolunga troppo, fino a sgonfiarsi, e che i Duffer hanno dovuto letteralmente spiegare online - e poi di nuovo nel finale - perché il suo significato non era proprio chiarissimo. E considerando che i due attori fanno coppia anche nella vita reale, il problema è stato sicuramente di scrittura più che di alchimia. L'altra scena è il famigerato coming out di Will, incomprensibilmente stucchevole considerato che a scriverlo sono stati proprio quei Duffer che hanno vergato il delicatissimo e meravigliosamente riuscito coming out di Robin nella terza stagione – per non parlare del discorso di incoraggiamento volto proprio a lui in uno dei primi episodi in cui è sempre più evidente l'innamoramento di Will nei confronti dell'amico Mike. Ma è una scena importantissima, inutile girarci intorno, che rimette al centro del palcoscenico una caratteristica di Stranger Things assolutamente fondamentale. 
Tutti i personaggi sono in qualche modo emarginati o traumatizzati, chi più chi meno, per un motivo o per l'altro, ma si sono trovati a vicenda nei loro problemi personali e condivisi. Col tempo, la famiglia è cresciuta: si sono aggiunti Murray (Brett Gelman) e ora anche Kali (Linnea Berthelsen) e il professore Havens (Scott Clarke): e Stranger Things è sempre stata, fin dall'inizio, una storia sull'accettazione e sull'importanza dell'amicizia e della famiglia. 

Ma veniamo al finale (terza parte), uscito proprio il giorno di Capodanno, che ha messo un punto alla nostra storia. Un evento televisivo talmente epocale da essere proiettato pure in alcuni cinema selezionati dall'altra parte dell'oceano, della durata di oltre due ore, in cui praticamente è andato buona parte del budget. E che per fortuna ha salvato la stagione dal baratro in cui sembrava che stava sprofondando nel secondo volume, grazie a una messinscena incredibile e a un epilogo commovente. All'inizio i nostri eroi abbozzano un piano inverosimile, dividendosi come al solito in più squadre (qui che pochi minuti prima dello scontro Will fa coming out). Non tutto va come previsto, ovviamente, e i Duffer riescono a creare una tensione palpabile per tutta la prima ora, mettendo in dubbio la sopravvivenza di alcuni personaggi. 
Nel finale di serie torna prepotentemente protagonista la Undici di Millie Bobby Brown che, però, sembra aver perso un po' di mordente. Va bene che la situazione è disperata, e il suo personaggio ne ha vissute davvero troppe, ma la continua espressione tesa e arcigna che ha tenuto per tutta la stagione si è fatta stancante, e il suo bellissimo rapporto con Hopper (David Harbour) è riemerso solo in alcune scene. In realtà, Hopper e Joyce (Winona Ryder) sono finiti nelle retrovie per quasi tutta la stagione, trovando finalmente riscatto solo in questo episodio finale. Tornando a Undici, la ragazza è la protagonista indiscussa di uno scontro finale assolutamente spettacolare e truculento che fa mille richiami a fumetti, film e show televisivi: una scena in cui la computer grafica mette il carico da cento, ma anche la regia dei Duffer si fa più ricercata, esaltante. 
In questo frangente c'è una sorta di buco di trama, in cui si trovano le risposte sulle origini di Vecna ma non vengono del tutto approfondite rispetto alle stagioni precedenti: Vecna, un personaggio che i Duffer non riescono forse a spiegare come avrebbero voluto, nel tentativo di fare meno ricorso possibile alla summenzionata opera teatrale, è diventato quello che è dopo aver vissuto i suoi traumi da bambino e aver ucciso, catturato e manipolato dal Mind Flyer. Jamie Campbell Bower, sotto chili di protesi e trucco, fa del suo meglio e i Duffer scelgono saggiamente di non redimerlo quando avrebbero potuto, cementificandolo come uno dei migliori villain televisivi di tutti i tempi. 




Insomma, poco prima della chiusura in bellezza, è proprio Joyce a dare il colpo di grazia a Vecna per tutto il male subito fin dalla prima stagione ad oggi. Nello stesso vuoto precipitano anche tutti i militari con la loro sottotrama, inclusa una sprecatissima Linda Hamilton nel ruolo della dottoressa Kay. Un personaggio creato probabilmente per sostituire il defunto dottor Brenner di Matthew Modine, ma che non aggiunge nulla di significativo e che ricompare di tanto. Ma è difficile ricordarsi dei militari mentre scorrono le ultime immagini di Stranger Things (la resa e l'addio commovente di Undici a Mike) e i personaggi si riuniscono un'ultima volta, per il giorno del diploma in una pioggia di citazioni musicali e cinematografiche. È il momento del commiato non solo per noi, ma anche per loro. La vita continua anche fuori da Hawkins – senza Undici - in un "momento Breakfast Club" per i giovani adulti che, su un tetto e davanti a quattro birre, si fanno promesse che forse non riusciranno a mantenere, mentre guardano avanti. E quello di guardare avanti è il tema del finale di Stranger Things, metaforizzato con una delicatezza incredibile dall'ultima partita a Dungeons & Dragons, lì nello scantinato dove tutto è cominciato. È il momento di Finn Wolfhard, che per tutta la stagione è stato messo in disparte e oscurato dalle performance decisamente migliori del Dustin di Gaten Matarazzo e del Lucas di Caleb McLaughlin, il quale ha mostrato una forza d'animo e un amore d'altri tempi nei confronti di Max per tutta la stagione. Mike, infatti, consapevole di dover vivere con il dolore per il sacrificio di Undici, non vuole accettare la sua perdita, così conclude dicendo che crede che lei sia ancora viva. 
Il finale di Stranger Things resta ambiguo ma non troppo. Allo spettatore è lasciato il compito di sciogliere un ultimo enigma con la fantasia, il motore che ha spinto per anni i protagonisti della serie, ormai cresciuti e pronti ad affrontare il futuro lasciandosi alle spalle una nuova generazione di giocatori che prenderanno il loro posto al tavolo dell'immortale Dungeons & Dragons. I titoli di coda, rappresentati come un manuale di D&D che ripercorre tutti i momenti salienti della serie, con la mitica musica di Heroes di David Bowie, sono una chicca, un vero colpo al cuore.


La prima stagione, uscita nel 2016, rappresentava un po' lo sdoganamento del binge watching senza attese, delle puntate dal minutaggio variabile e completamente inclini alla narrazione orizzontale, nonché conseguentemente prive di quel minimo di autosufficienza. Non che le cose siano cambiate poi molto, in termini di struttura, evidentemente citazionista (dai romanzi, soprattutto di King) e per la divisione per capitoli – dimenticatevi la beata innocenza dei personaggi. Il sentiero che la serie ha imboccato dalla terza stagione in poi (qualcuno ha detto "dalla seconda"?) sul fronte del tono può piacere o far storcere il naso, certo, ma si tratta comunque di un'evoluzione che in qualche modo è andata di pari passo con la crescita degli interpreti e, di conseguenza, con lo sviluppo delle loro controparti di finzione. Volendo, la chiusura della serie dei Duffer simboleggia un po' la progressiva resa di
Netflix verso un modello generalista o, se mi passate il termine, post-generalista, laddove molte delle produzioni sbarcate ultimamente sulla piattaforma puzzano di "second screen" lontano un miglio, facendo rimpiangere parecchio l'epoca delle vecchie serie tv. 
In termini di valori di produzione la quinta stagione si conferma davvero buona, con puntate che sfiorano, e in certi casi raggiungono e finanche superano, il livello di tanti film proiettati in sala; sfoggiando un montaggio di tutto rispetto capace di organizzare la struttura corale del racconto, anche se privi di alcune scene alte viste nelle stagioni precedenti (le partite a Dungeons & Dragons o all'esibizione canora di Dustin e Suzie). Confermato anche l'affiatamento tra i membri di un cast cresciuto stagione dopo stagione e che, anche a questo giro, riesce a infilare con cognizione di causa il suo bel gruppetto di facce nuove. Eh ok, forse non c'è un Eddie Munson a mangiarsi la scena, tuttavia Nell Fisher nei panni di Holly Wheeler se la cava benissimo, e assieme al Derek Turnbow di Jake Connelly guida il gruppetto più giovane, sia rispetto alla banda composta da Mike, Dustin, Lucas, Will, Max e Jane, sia ai più grandicelli Jonathan, Nancy, Steve e Robin, ormai "giovani, carini e disoccupati" totalmente proiettati verso i Novanta, per non dire degli adulti Joyce, Jim e Murray. 
In generale, ci sono un po' di cocci arretrati da raccogliere, il che genera tensioni che attraversano soprattutto il rapporto d'amicizia che lega Dustin e Steve, e quello sentimentale tra Jonathan e Nancy. Anche Jim e Undici hanno le loro grane, tuttavia il personaggio di Millie Bobby Brown, pur rimanendo centrale in termini di meccanica narrativa, non riesce ad emergere a sufficienza, e il trattamento della sua relazione con Mike avrebbe forse meritato più spazio anche a prescindere dall'ultima puntata. Grande filo conduttore è, dunque, il tempo. Come insegnano Nancy Wheeler e Jonathan Byers, il tempo ci cambia e non possiamo far altro che assecondarlo, ascoltando noi stessi e gli altri, senza alcun livore, senza alcuna vergogna, né tantomeno forzatura. Da qui la capacità di dare addio, pur non scordandosi della bellezza dell'amore. E ancora la questione dell'attesa, cosa sempre più rara, non soltanto in termini romantici ma, più in generale, di vita e cammino travagliato. Nonostante le flebili speranze, Lucas Sinclair aspetta Max Mayfield, nel mezzo Kate Bush, i traumi di Henry Creel e i viaggi interdimensionali. Eppure l'attesa resta tale, fino a ritrovarsi, fino a quella panchina sulla quale Hopper confessa a sé stesso e a noi ciò che realmente significa andare avanti, nonostante i sè, i forse e tutto ciò che avrebbe potuto essere, ma che, in definitiva, non è stato. 

Per il resto, Jamie Campbell Bower è un Vecna/Henry Creel convincente e tutti gli altri funzionano bene; le relazioni tra i personaggi continuano a rappresentare la cosa più riuscita della serie, mentre le sequenze action sfociano nel pressoché inevitabile scontro finale sollevando una discreta epica, lasciando oltretutto all'ultima puntata spazio sufficiente per far respirare a dovere l'epilogo o, meglio, gli epiloghi. Al netto di qualche difettuccio già messo in elenco, alla scelta di deputare un certo chiarimento a una fonte esterna (Stranger Things: The First Shadow, opera teatrale), i fratelli Duffer se la cavano bene. Tuttavia, nel complesso ho avuto la sensazione di una giocata eccessivamente sicura, "colpevole" a tratti di cercare l'emozione o il magone a tutti i costi. Ci può anche stare questa furbata. È vero che concludere uno show di questo livello senza deludere le aspettative sarebbe stato, con ogni probabilità, impossibile, come già accaduto più volte in passato ad altre serie di pari ambizione. Ma è altrettanto vero che il novanta per cento dell'ultima stagione di Stranger Things potrebbe essere brevemente così riassunta: personaggi che espongono piani sempre più convoluti, che si completano frasi a vicenda e che ricorrono costantemente alla ricapitolazione di quanto appena accaduto. Dopo un susseguirsi di incastri dunque pleonastici e ridondanti, la serie Netflix accelera invece bruscamente verso la chiusura, liquidando il finale senza soffermarsi sull'unico spiraglio narrativo potenzialmente interessante, il plot twist dei plot twist: Henry Creel, alias Vecna, non come incarnazione del male assoluto, ma come strumento a sua volta. Raramente si vede qualcuno cattivo e basta, in un mondo dove adesso anche la Disney deve ricorrere a delle giustificazioni per accomodare la malvagità dei suoi iconici villains. Nessun ribaltamento, nessuna situazione a sorpresa: ogni teoria dei fan è stata annullata e si è preferito correre sulla semplicità più lineare. La questione è che Stranger Things fino alla terza stagione seguiva un racconto preciso, che poi è stato abbandonato con l'inclusione del non previsto Vecna, e una quarta stagione che ha creato diversi problemi di trama, ingarbugliando le cose. Forse, buttarla sull'emozionale era l'unico modo per uscire da un auto-incartamento che solo in parte questa quinta stagione ha provato a sbrogliare. Continueremo a farci domande, su Eddie o sugli altri ragazzi morti, sui russi, su Brenner, sulla dottoressa Kay e sui crimini commessi da Vecna, ma continueremo a chiederci come tutti siano usciti da questa situazione, visto che precedentemente il governo arrivava a insabbiare ogni cosa. Ed è proprio questo il messaggio: che si può cadere, mille volte, ma poi rialzarsi.

Insomma Stranger Things è stato il Lost di questa generazione. Tutti abbiamo guardato almeno un episodio - se non una stagione intera - di Stranger Things e difficilmente non abbiamo amato la città di Hawkins, i suoi personaggi così ben scritti, l'atmosfera anni '80 che la serie TV ha ufficialmente sdoganato. E nel tempo, di stagione in stagione, i personaggi sono cresciuti. Anche troppo: i fratelli Duffer ci hanno messo nove anni reali a raccontarne cinque televisivi, pure in pieno COVID, e questo ha involontariamente dimostrato tutti i limiti della serializzazione televisiva. La stagione 5 mette un punto a Stranger Things per come lo conosciamo, e anche se i Duffer hanno già annunciato uno spin-off in carne e ossa completamente nuovo, il giorno di Capodanno abbiamo salutato per l'ultima volta l'iconica Undici e i suoi amici.