NOVE PERFETTI SCONOSCIUTI


Adattamento del romanzo Nove perfetti sconosciuti del 2018 scritto da Liane Moriarty, Nove perfetti sconosciuti (Nine Perfect Strangers) è una miniserie del 2021 creata da David E. Kelly (che in coppia con la Kidman ha lavorato per Big Little Lies e The Undoing) e John Henry Butterworth, girata in Australia e distribuita da Amazon Prime Video nel 2021 e che io solo quest'anno ho deciso di guardare. Eppure, visti gli otto episodi, l'impressione è che lo show targato Hulu sia riuscito solo in parte: siamo lontani dagli standard di quel faro che nel 2017 conquistò il pubblico mondiale, così come dalla miniserie The Undoing.

Nove persone, totalmente sconosciute tra loro, si ritrovano in un luogo ameno ed esclusivo per trascorrere una settimana di quiete, lontani dal caos della vita quotidiana – uno spazio dove il reale si mescola con la finzione e dove tutte le emozioni, positive e negative, si manifesteranno in modo incontrollato. Ad accoglierli nella "Tranquillum House", questo il nome del particolare centro benessere in cui guarire dai propri tormenti, in cui rifugiarsi per lenire i propri dolori, per leccare le ferite, una sorta di letargo umano in cui rappacificarsi, c'è Masha, una guaritrice spirituale, che a sua volta non è ancora guarita dai traumi del suo passato, una sorta di santona di origine russa interpretata da Nicole Kidman. Masha è affiancata dagli assistenti Delilah e Yao, tra i quali vi è uno strano rapporto. Di "Tranquillum" non si hanno informazioni sul web, e chi lo conosce è solo grazie al passaparola. Non solo: per accedere al trattamento esclusivo bisogna presentare certificazione medica, sottoporsi a dei prelievi di sangue e firmare una liberatoria con cui si garantisce che non saranno divulgate informazioni sui social media. Un luogo avvolto nel mistero, insomma. Un resort, un centro olistico immerso nel verde in cui questi uomini e queste donne portano ciascuno con la propria personalità, il proprio bagaglio di vita, di morte e lavoro, di fallimenti e sconfitte. I nove personaggi incarnano tutti i difetti e le fragilità della società contemporanea: una famiglia incapace di elaborare un lutto, una scrittrice fallita, un campione sportivo dipendente dai farmaci, una giovane coppia in crisi che ha vinto la lotteria, un reporter e una donna divorziata con una profonda rabbia, ciascuno con il proprio carico di dolore e insicurezza. A rimanere impresso è soprattutto Michael Shannon, impegnato nella parte di un professore in bilico fra i rimorsi per il figlio prematuramente scomparso, la raffreddata passione con la moglie e una figlia in piena crescita. La Jessica di Samara Weaving è invece il personaggio che meglio riflette lo spirito dei nostri tempi: ammirata influencer sui social, persona profondamente insicura nella vita privata. Non sanno, però, che il trattamento che Masha riserva ai suoi ospiti non è quello classico delle spa, ma ha delle procedure insolite, a volte poco ortodosse, che però tendono a sortire effetto su chi le mette in pratica. Nella loro permanenza a "Tranquillum", i nove protagonisti affronteranno questa terapia chi con determinazione, chi con scetticismo. Tra problemi di autostima, chiusure perché è più facile mostrarsi ricchi e famosi che fragili e vinti, lacrime e ricordi, voglia di fuga da una realtà che non è più a loro misura, sperano di ritrovare la forza per rialzarsi e ricominciare a vivere. Bisogna eliminare, cancellare tutto ciò per cui spesso si vive (cellulari, smartwatch, social network, glorie) per entrare in noi stessi, connettersi con il proprio io, invece fatto di dolore, sacrificio e rimpianti, e non con il mondo. Lo staff lavora per sanare gli squarci interiori di quei personaggi enigmatici, difficili, grazie a sedute di agopuntura, bevande, prelievi del sangue, incontri singoli con Masha che con frasi ad effetto vuole risollevare le esistenze di questi poveri cristi, tristi e soli, disperati e incattiviti. Le attività da lei organizzate sono inquietanti e spesso di una cattiveria inaudita, come se lei fosse una strega invece che una mentore: ad esempio vengono messi in una fossa per simulare la sepoltura, simbolo del loro bisogno di morire per poi nascere nuovamente, diversi e purificati come era capitato a lei; ed è per questo che comprende così bene ogni ospite, le sue menzogne, resistenze, chiusure. 

L'oasi nella quale si ritrovano non è come sembra e la serie si lascia svelare poco alla volta, scontando un inizio lento e criptico. Nel primo episodio i personaggi ci vengono presentati mentre raggiungono la struttura immersa nel verde, in California, creando l'attesa per l'entrata in scena della Kidman, che avverrà verso la fine: Masha compare a tutti come fosse una Madonna, avvolta in abiti candidi, i capelli biondi sciolti ai lati del volto. Una visione quasi celestiale che – tra diffidenza e attrazione – stimola i nove perfetti sconosciuti a cominciare il percorso di rinascita interiore: fra sostanze psichedeliche, sedute di analisi, allucinazioni e prove di coraggio nella natura, dovranno liberarsi di tutto il malessere che covano dentro, legandosi l'un l'altro molto più di quanto non potessero immaginare all'inizio. 
I metodi che Masha usa per curare i suoi pazienti si possono definire ambigui e, a volte, banali: negli esercizi proposti e nella reazione ad essi c'è un misto di scarsa creatività ed eccessivo realismo. 
Si costruisce, così, un clima che richiama il mistero e il thriller, che mal si amalgama con la caratura più emotiva e drammatica della vicenda. Curioso è scoprire che anche Masha è traumatizzata dal suo passato, ritrovandosi ad anelare quella stessa guarigione alla quale vuol condurre il suo gruppo. Masha "cura" in modo inquietante i partecipanti al suo resort, in un'atmosfera che frappone la luminosità dei paesaggi naturali (cascate, laghi, boschi e esterni meravigliosi) all'ambigua oscurità delle macchinazioni della donna e dello staff del resort. 
I primi episodi, dunque, introducono ai personaggi e fin da subito ci fanno capire il tono del racconto, entrando in un clima ipnotico, che rilassa ma che ci fa stare al tempo stesso in uno stato di allerta. Al centro della trama c'è un mistero, ma come Big Little Lies, Nine Perfect Strangers non dice direttamente di cosa si tratta. Il problema è che, anche dopo diversi episodi, la domanda centrale che guida la serie sembra essere sempre la stessa: "Quale trauma ha portato queste persone a un resort di auto-miglioramento?". Carne al fuoco ce n'è, anche se la trama è molto lineare e per nulla complessa: con un buon approfondimento psicologico dei personaggi, si affrontano temi quali l'amicizia, l'elaborazione del lutto e lo smarrimento del senso della vita. Il rischio, però, è di perdere per strada lo spettatore scettico, che non crede al trascendentale.


Una remota località termale australiana che promette di cambiare la vita dei suoi ospiti in dieci giorni. Alcuni sono arrivati per perdere peso, altri per provare a migliorarsi, altri ancora per motivi che non possono ammettere nemmeno con sé stessi. Il programma è fatto di lusso e coccole, meditazione, yoga e la conquista di una nuova consapevolezza. Questi uomini e queste donne sono fragili, insicuri, troppo concentrati sull'esteriorità perché ciò che c'è dentro fa troppo male, sono sfiancati dalle prove che la vita ha messo loro di fronte, quello che si mette in scena è un panorama infernale i cui protagonisti sono poveri diavoli colmi di difetti, tormenti, infelicità e sofferenza. Ma nessuno dei presenti può lontanamente immaginare quanto saranno difficili quei dieci giorni, e come una vacanza all'insegna del benessere possa trasformarsi in qualcosa di assai diverso. 
La regia della serie è tutto sommato buona, non eccelle in qualità, non si fa grande con virtuosismi tecnici ma fa bene il suo lavoro ed in alcune sequenze, vedi le scene finali con la famiglia Marconi, regala sequenze di grande intensità e di grande impatto emozionale. Sotto il punto di vista della sceneggiatura la serie presenta qualche difetto. Il soggetto, chiaramente ispirato al capolavoro della giallista Agatha Christie Dieci piccoli indiani (qui la recensione della miniserie), è notevole, intrigante e tiene lo spettatore con il fiato sospeso. Anche i dialoghi sono ben scritti, e quasi tutti i protagonisti sono ben caratterizzati ed approfonditi. È molto bello vedere come i personaggi cambiano internamente dal primo all'ultimo episodio, e come così apparentemente diversi condividano molti problemi e disagi simili. A infastidire sono le frasi figlie di una cultura new age, stanca e a tratti addirittura insopportabile, frasi dette per colpire; a risultare riuscito è invece il mondo misterioso che si costruisce di episodio in episodio. 
Nota dolente è il finale, un finale troppo scontato e buonista, che cerca di colpire lo spettatore con dei colpi di scena banali e poco credibili. Inoltre la serie sembra seguire la scia del "politically correct" che sta invadendo il mondo audiovisivo contemporaneo: nel cast sono presenti minoranze etniche (orientali, russe, ispaniche ed afro-americane), vi è un personaggio omosessuale ed in un ambiente di soli ricchi è presente anche una famiglia medio-borghese. 
Ottime tutte le performance attoriali, in particolare Michael Shannon, Nicole Kidman e Melissa McCarthy. Le dinamiche fra i vari personaggi non sono sempre altrettanto efficaci. In particolare, fatica a ingranare il rapporto fra Melissa McCarthy e Bobby Cannavale, a causa di una scarsa alchimia fra gli interpreti e di dialoghi poco ispirati. 
Inoltre è impossibile non rimanere affascinati dalla ipnotica canzone che fa da sigla alla serie: il brano si chiama "Strange Effect", è della band americana Unloved ed è una cover. La canzone, infatti, risale al 1965: fu scritta da Ray Davies e fu interpretata per primo da Dave Berry. Nonostante le premesse poco entusiasmanti, i piccoli difetti e la dubbiosa convinzione nel complesso, la serie tv tiene attivo lo spettatore e sembra di gran lunga più interessante rispetto al libro da cui è tratta, anche perché succedono cose di cui nel romanzo non c'è traccia.

La miniserie non riesce a colpire fino in fondo lo spettatore; la scrittura e l'interpretazione degli attori sono sicuramente punti a favore ma forse il ritmo e l'atmosfera non sono capaci di rapire fin da subito e completamente chi guarda; per molti versi la miniserie è come il resort, molto bella ma un po' fredda. Ci vuole del tempo per entrare in questo mondo e ritrovarsi in uno di fragilità, per ritrovarsi di fronte a sé stessi.
Morale della favola: tutti abbiamo bisogno, ogni tanto, di fermarci, ricaricarci e capire in che direzione andare.