Vita da Carlo 2, piacevole ma nulla di nuovo


Eravamo rimasti alla vigilia delle possibili elezioni di Carlo Verdone a sindaco di Roma, ma la seconda stagione di Vita da Carlo (recensione della prima qui) si libera immediatamente di quella linea narrativa per tornare ai grandi progetti del protagonista che sogna di dirigere un film d'autore autobiografico, Maria Effe, per ripercorrere la sua storia d'amore impossibile tra lui, all'epoca ventenne, ed una prostituta. Siamo al firmacopie di un libro realmente pubblicato da Verdone nel 2021, per Bompiani: La carezza della memoria (peraltro tra i più fulgidi esempi di prosa prodotti da un cineasta italiano). A stento Carlo non riconosce un suo collega, "invecchiato male" già all'epoca di Compagni scuola. Verdone parte proprio da qui per raccontare gli anni che passano: non a caso anche la sua idea del film racconta di un'epoca che ha vissuto e che non c'è più. Qualcosa, però, non va per il verso giusto nella scelta del casting. Il produttore impone come quota giovane del film il cantante Sangiovanni, al suo debutto come attore per davvero e per finta, mentre l'attrice Ludovica Martino, nei panni di una versione altezzosissima di sé stessa, deve interpretare la protagonista del film, la quale detesta il cantante con cui è costretta a recitare poiché non sopporta di lavorare con un improvvisato. Carlo, suo malgrado, accetta il compromesso e si appresta ad affrontare la preparazione del film. Che sarà a dir poco tribolata. E lo vedrà alle prese con le insicurezze di Sangiovanni e i capricci di Ludovica. In mezzo a tutto ciò Carlo torna anche alle sue vicissitudini familiari, che comprendono la figlia Maddalena incinta (di padre incerto) e il suo spiantato ex fidanzato Chicco, il figlio Giovanni che persegue in tribunale un boss mafioso di Ostia, l'ex moglie Sandra abbandonata dal compagno e un po' fuori di testa, l'amico invadente Max Tortora che ha paura di volare in aereo e a chi potrà mai chiedere aiuto se non a Carlo, il collega fuori di testa (Fabio Traversa), ricordato solo per aver interpretato Fabris nel film Compagni di scuola, e la domestica Annamaria che si innamora di un vicino galante. Poi c'è un piccolo spazio nella sua vita privata che sembra trovare finalmente per sé stesso, la storia con Sofia (Stefania Rocca). 
Questa è a grandi linee la trama della seconda stagione di Vita da Carlo, disponibile solo su Paramount+ da settembre dello scorso anno (per questo c'ho messo un bel po' per vederla).

Lo schema è lo stesso della prima stagione. Esattamente come la prima, anche questa è composta da 10 episodi. Che bilanciano perfettamente risate, sorrisi e malinconia. Forse anche con qualcosina in più rispetto alla prima. Ancora più della prima stagione, questa non segue la struttura tipica dell'episodio con svolgimento, acme, epilogo, ma è più un flusso indistinto di storie, dialoghi, persone e personaggi, situazioni e prese di posizione. Le due linee narrative della serie, Verdone al lavoro e Verdone in famiglia, parlano due lingue diverse: sopra le righe e vagamente cialtrona la prima, rassicurante e family la seconda. Da una parte battute sguaiate, umorismo da barzelletta, largo ricorso alla scurrilità e un'imperdonabile superficialità anni Novanta nel tratteggiare i personaggi femminili. Oltre ai personaggi ricorrenti, l'unico oltre a Verdone ad interpretare una versione comica di sé stesso è l'attore Max Tortora. Ma il resto del cast della seconda stagione è metacinematografico: c'è il cantante Sangiovanni chiamato a recitare il ruolo di Carlo da giovane in Maria Effe e Ludovica Martino cui è affidato il ruolo della giovane Maria, Maria De Filippi, Christian De Sica, Fabio Traversa, Claudia Gerini, Gabriele Muccino e persino Zlatan Ibrahimovic che interpretano sé stessi, creando un cortocircuito fra realtà e finzione che fa pensare più a Chiami il mio agente! che alla sitcom per famiglie al cui genere appartiene Vita da Carlo
Il tono è quello pacato e malinconico del suo protagonista, ma si sente che la scrittura della serie ha passato il timone ad altri autori; la regia resta invece stabilmente in mano a Verdone e a Valerio Vestoso. Alcuni spunti sono interessanti, come la descrizione dei ventenni (tardo e neo) Chicco e Sangio, profondamente insicuri e tormentati da un senso di inadeguatezza che caratterizza la loro generazione. Ed è piacevole l'interazione fra Verdone e vecchi amici (suoi e del pubblico) come Claudia Gerini e Christian De Sica, anche se le interpretazioni più lodevoli appartengono a Monica Guerritore (Sandra), Stefano Ambrogi (il produttore Ovidio, chiaro rimando a quello vero, Aurelio De Laurentiis, ma che vuole quasi rendere omaggio anche alla recitazione di Mario Brega: fa presto a definire il soggetto prescelto "Il racconto della mignotta") e Maria Paiato (Annamaria). È tutto garbato e vintage, tutto rassicurante, persino rilassante; si ride poco, più che altro si sorride, e ci si identifica in alcune esternazioni esasperate come "Ma se po' uno chiama' Sangiovanni? Ma che vuo 'ddi?" oppure "Sto politically correct un po' ha rotto i coglioni!". 
D'altronde il metacinema una serie del genere non poteva proprio evitarlo: basti pensare agli attori della scorsa stagione ed aspettarsi altri camei di star cinematografiche anche in questa. Perché Vita da Carlo parla della quotidianità di un artista, perché l'artista in questione è assai popolare, e perché il personaggio che si è cucito addosso – nella vita, non nei film – paga ogni giorno le conseguenze della sua stessa fama. Una vita fatta di contrasti: l'essere riconosciuto come un grande attore ma vivere perennemente nell'ansia, avere ambizioni da autore drammatico e vedersi chiedere solo commedie, sentirsi voce del popolo ma appartenere all'agiata borghesia romana. Il piglio, insomma, è più scanzonato rispetto allo scorso anno. Si ha, infatti, l'impressione di sbirciare dietro le quinte della vita ansiosa di un uomo che cerca di accontentare tutti sforzandosi di mantenere quell'equilibrio mentale che gli incidenti, gli equivoci e le emozioni innescate da imprevisti sempre più spassosi mettono in serio pericolo. Uno dei leitmotiv del Carlo della prima stagione era lo spauracchio dei "personaggi" (una sorta di sindrome di Mimmo) che gli venivano continuamente sollecitati on demand da passanti e amici degli amici. Oggi è proprio Furio ad intervenire in aiuto di Carlo nel rimorchiare una scrittrice di libri per l'infanzia bella e pazzerella. 

L'emblema migliore del bilanciamento tra forze del mercato e dell'ispirazione attuato da Verdone è senza dubbio il remake del balletto di Borotalco. La scena avrebbe potuto limitarsi a essere un caso epocale di fan service a beneficio di qualunque italiano con abbastanza sale in zucca da aver memorizzato la coreografia di quello storico passo a due, e il successo sarebbe comunque stato assicurato. Invece Verdone ha fatto di più. Secondo la vulgata, prima di assurgere all'immortalità grazie al film del 1982, la "danza" di Borotalco era stata improvvisata al cospetto dell'intera classe di liceo in cui Verdone e De Sica erano compagni di banco. In Vita da Carlo 2 quelle mosse gioconde sono ripetute dai due amici e colleghi invecchiati di quarantuno anni davanti ad un'aula ormai vuota, e l'episodio smette di far ridere esattamente nel momento in cui comincia, del tutto inaspettatamente, a far piangere. È vero, il cazziatone del prete che li sorprende in un momento particolarmente equivoco prova ad alleggerire il tono generale, ma il suo sforzo non basta a non rendere la scena la vera perla drammatica della serie. Rivederli insieme sullo schermo non ha eguali: assieme riescono ad essere ancora l'uno la spalla comica dell'altro, e in un attimo il balletto di Borotalco riprende vita ed è come se non fosse passato tutto il tempo trascorso.

Il problema non sta né nel cast né nei quadretti familiari né nella vena ecologista della figlia Maddalena, ma il problema sta in un Verdone scoglionato, malinconico e tendente al depresso quando dovrebbe fare il brillante. Pur conservando una vena malinconica e un coté amaro, come del resto succedeva con l'indimenticata commedia all'italiana, Vita da Carlo 2 fa ridere e riflettere, come del resto tutti i film di Verdone (anche se qui ridiamo meno). Peccato per la scena finale di Fabris al centro di una vendetta alla Norman Bates, contro Verdone, che ha poco senso. Scena che andava chiusa meglio, invece scade nella macchietta. Vita da Carlo 2 sa troppo di fiction alla Un medico in famiglia o la pazza famiglia di Montesano, della ingerenza tv nel cinema che Verdone non riesce più a polarizzare, sia nella realtà che nella sua rappresentazione. Carlo nel finale si rifugia in un parco, ecco poi l'incontro con Maria F. e la riflessione/morale conclusiva. 
Quel brutto vizio di dire sempre di "sì", Carlo non se lo toglierà mai, continuando a infilarsi in situazioni tragicomiche e giungendo sempre alla medesima conclusione: "Ma chi me l'ha fatto fare?!". Esatto, Carlo, chi te l'ha fatto fare? Forse non avevi più nulla da dire?

Vita da Carlo 2 finisce, quindi, per non amalgamare al meglio la sua anima cinefila e quella seriale, trasformando ogni episodio in un viale dei ricordi, in cui compaiono a turno diversi fantasmi della carriera del protagonista. Forse Verdone ama troppo il cinema per sentire davvero una serie tv. Anche lui si è piegato al fan service, andando sul sicuro con i suoi tormentoni e gli ormai proverbiali tic. Eppure in Vita da Carlo 2 c'è tutto ciò che ci si aspetta dal personaggio centrale: l'ipocondria, l'eccessiva disponibilità verso il prossimo, la frustrazione di fronte al fatto che "non si può avere un minuto di serenità nell'arco della giornata". In questa nuova stagione, rispetto alla prima, si parla di una storia molto più autobiografica e molto più nelle corde dell'attore-regista: l'idea di realizzare un film drammatico "senza personaggi e senza risate", ispirato ad un capitolo (vero) del suo libro, lascia andare la noiosa candidatura a sindaco, cambiando completamente direzione. 
Verdone ci tiene compagnia anche questa volta, e come ha sempre fatto, ma nemmeno gli innesti giovanili bastano a restituirgli lo sprint del passato: a maggior ragione se la sua "versione giovane" è uno slacker contemporaneo come Sangiovanni, adorabile nel suo smarrimento esistenziale, ma non certo un'iniezione di adrenalina. 
A novembre dello scorso anno è stato anche battuto il ciak della terza stagione di Vita da Carlo, sempre prodotta da Filmauro e sempre diretta da Valerio Vestoso oltre che, naturalmente, dallo stesso Verdone.