RIPLEY


Composta da otto episodi e confezionata rigorosamente in bianco e nero, da poco su Netflix, Ripley è una miniserie estremamente sofisticata che contrappone location mozzafiato a una storia dai risvolti dark che il fiato, invece, lo taglia per la sua costante tensione. È difficile fare una sorta di introduzione su una storia già ampiamente conosciuta, tratta da un romanzo degli anni '50, e trasmessa sullo schermo già ben cinque volte. Il protagonista, Thomas Ripley, l'inquietante personaggio nato dalla fantasia di Patricia Highsmith, è infatti ben conosciuto, come anche la sua storia, grazie soprattutto al film del 1999 con Matt Damon. Il regista, Steven Zaillian, aderisce al romanzo di Patricia Highsmith, limitandosi a poche variazioni e ad alcune scelte di cast in ottica maggiormente inclusiva, prendendosi tempo per sviscerare ogni passaggio del racconto originale e compiendo un notevole lavoro sulla forma.

Thomas Ripley, truffatore da quattro soldi che vive in uno squallido monolocale a New York, viene rintracciato da un detective privato per conto del facoltoso Herbert Greenleaf, che intende servirsi di lui per riportare a New York lo sfaccendato rampollo Richard "Dickie", suo viziatissimo figlio, che vive da tempo in Italia a spese della famiglia in quel di Atrani (Salerno) assieme alla fidanzata. Lì Dickie vive con la scrittrice e fotografa Marge Sherwood, trascorrendo le giornate per lo più in spiaggia, bevendo e parlando di arte. Tom accetta immediatamente l'incarico, convinto dalla generosità di Herbert nell'offrire un viaggio all inclusive. Arrivato nel Belpaese, però, Tom rimane affascinato non solo dalla Costiera Amalfitana, da Roma e Venezia, ma anche da una realtà dalla quale diventa ossessionato al punto da creare una fitta rete di inganni, manipolazioni, truffe e omicidi. Sebbene Ripley sia attratto da Dickie, è molto più attratto dal suo stile di vita, che comprende la bella villa con vista sulla Costiera Amalfitana e un Picasso appeso alla parete del soggiorno. 
"È frocio?" si chiede Marge (interpretata da Dakota Fanning), prima di decidere: "Non lo so. Non credo che sia abbastanza normale da avere una vita sessuale". Tom, in realtà, non è il caro amico del figlio che Herbert crede: lo ha incontrato una sola volta a una festa e lo conosce a malapena. Ma l'occasione è unica: volare in Italia, diventare il miglior amico di Dickie, prendere il suo posto e impossessarsi dei suoi beni. Assumere la vita dell'altro e perdere le proprie tracce. Cancellare la propria identità e rubare la vita altrui. Questi i temi fondanti della mente di Tom Ripley, personaggio al centro del romanzo del 1955 da cui è tratta la serie, che con una scaltrezza millimetrica e psicopatica riesce in questa rocambolesca impresa uscendone pulito. Quando l'ossessione e l'ambizione di Tom prendono il sopravvento, lui trascina chiunque entri in contatto con lui in una spirale di bugie, frodi, inganni e omicidi perpetrati tra Atrani e Roma, e tra Venezia e la Sicilia. Il suo è un narcisismo patologico, lo porta a essere cinico, senza scrupoli ma sempre orridamente lucido, lo è quando progetta i suoi omicidi e i suoi inganni, e risulta paradossalmente umano quando gli serve esserlo.

I primi due episodi sono lenti poiché dedicano molto tempo a Tom che si affatica mentre sale e scende le numerose scale di Atrani, la cittadina costiera "adottata" da Dickie e Marge, per poi imparare a falsificare le firme altrui e i documenti, prima di arrivare all'omicidio sulla barca nel terzo episodio che provoca il primo momento di vera tensione. Tom diventa rapidamente ossessionato dalle opere del pittore italiano Caravaggio, soprattutto dopo che Dickie gli spiega che Caravaggio era un assassino che ha creato alcune delle sue opere più belle mentre era in fuga dalle autorità. Così, dopo averlo studiato per bene, decide di eliminare anche lui ogni traccia dell'amico, con lo scopo di impossessarsi della vita di Dickie.
Forse Ripley, proprio come Caravaggio, ama e odia sé stesso, così come ama e odia Greenleaf e la vita che fa o, meglio, ciò che rappresenta. Lo si capisce dal rapporto che instaura con Freddie Miles (interpretato da Eliot Sumner, donna nei panni di un uomo, altra ambivalenza), arrogante figlio di papà. A vederlo, abbiamo a che fare con un malato mentale ed assassino fin dai primi minuti, ma il regista stesso ci dice: "Non ho mai visto Tom come uno psicopatico, anche se è così che spesso viene definito. Non è un killer di professione, questo è chiaro, perché i suoi omicidi sono sciatti, senza premeditazione". Della stessa opinione è il suo interprete, Andrew Scott: "Non mi interessa definire Tom come uno psicopatico o sociopatico. Credo che non sia un killer nato, anzi, fallisce e commette errori, molti dei quali li vediamo in tempo reale ed è da quelli che poi emerge il suo vero talento". Un talento per la manipolazione, frutto di un fascino, un savoir faire, un'impeccabile dialettica a cui nessuno è immune, primo tra tutti il buon Dickie. Da qui le indagini della polizia per i suoi voluti/non voluti omicidi. Tutto perfetto: nella trama, nel cast, nella regia, nella fotografia e nelle musiche. Un unico difetto: c'è una scena di mascheramento, di trucco e parrucco, che è molto importante per la trama, ma che ho trovato inevitabilmente poco credibile: quando Ripley, ormai resosi conto di aver abilmente truffato l'ispettore, facendogli credere di essere Dickie ma al tempo stesso anche di essere ormai diventato sospettato di omicidio, decide di riprendere i panni di Ripley, ormai creduto fuggitivo, e di sottoporsi ad un interrogatorio con l'ispettore, al fine di non destare sospetti. Peccato che la trasformazione da Dickie a Ripley non convince.

Ormai Thomas Ripley, protagonista di ben cinque romanzi della scrittrice americana e tante trasposizioni, può essere considerato a ragione uno degli ultimi archetipi letterari dell'era moderna. Dalla prima trasposizione su grande schermo con Alain Delon, passando per i film di Minghella (con Matt Damon) e Cavani (con John Malkovich), gli adattamenti delle sue gesta criminali tra piccolo e grande schermo sono ormai numerosissime. Ormai è come andare a teatro e decidere di guardare l'ennesima rappresentazione di una tragedia greca. In particolare il film del 1999 è un capolavoro di suspense in stile Hitchcock. È splendidamente girato e ricco di interpretazioni indimenticabili da parte del cast: Damon, Law e Paltrow non sono mai stati così bravi, mentre Philip Seymour Hoffman e Cate Blanchett rubano la scena in ruoli minori. Anche a 25 anni di distanza, il ricordo di quel film è tale che sembrerebbe folle per chiunque tentare di riproporre questa storia. Se il romanzo, come il già citato film, era anche il racconto di un'amicizia morbosa, di un'invidia lacerante, di una gelosia patologica, per cui il racconto delle azioni di Tom è soprattutto la cronaca delle azioni di una mente malata che vuole impadronirsi dell'intera vita di un'altra persona, la serie, che pur racconta le stesse cose, sembra invece più interessata ad altre dinamiche. La Ripley di Netflix è meno pruriginosa, meno morbosa, e più incentrata sull'anima thriller-truffaldina della vicenda, come si vede dall'ampio spazio dedicato alle indagini post-morte di Dickie e ai tentativi sempre più complicati, da parte di Tom, per restare libero. Probabilmente il bianco e nero e il ritmo estremamente calmo di questa miniserie hanno spiazzato molti telespettatori che, reduci da afose e faticose giornate di lavoro, tenderanno ad abbioccarsi sul divano dopo aver invano sperato che un thriller avrebbe potuto tenerli svegli. Allo stesso tempo l'ampio minutaggio (siamo intorno alle 8 ore totali) consente a Steven Zaillian e Andrew Scott di scavare nella psiche contorta e inquietante di Tom Ripley, che con il passare dei minuti e con il progredire degli eventi sprofonda sempre più nell'abisso. Se non è un classico come la versione con Matt Damon, ci si avvicina molto di più di quanto si possa immaginare, ed è una delle serie più interessanti dell'anno, almeno finora. 

Il 1960 di Steven Zaillian gli permette di farla franca: la lentezza è quella di un quotidiano altro dal nostro, fatta di telefoni, lettere, telegrammi, lunghissimi viaggi in treno per convocare testimoni da interrogare, indagini giocoforza lentissime, impossibilità di confutare sul momento dichiarazioni o versioni dei fatti. Ancora il Tempo, in questa serie, ha aiutato Ripley a sbarazzarsi prima dell'amico e poi della barca nel giro di poco tempo, cancellando tutte le prove. A Ripley non verrà in soccorso, inoltre, alcuna divinità per occultare un cadavere ucciso a sangue freddo nel salotto di casa sua; dovrà aspettare ore e ore davanti a esso, in attesa della notte, per dirigersi nottetempo sull'Appia Antica a Roma, e noi con lui. Farsi carico di questa criminosa via Crucis, dove un solo errore può allungare infinitamente i tempi, è il delizioso supplizio attraverso il quale passa la partecipazione emotiva dello spettatore, chiamato suo malgrado a condividere la frustrazione e il disagio. L'Italia che Tom attraversa, quella dei primi anni '60 nel pieno boom economico, viene descritta continuamente dagli interni spaziosi e barocchi delle case d'epoca, dai capolavori nascosti nelle più piccole delle chiese. Il fascino per Caravaggio e le sue opere costituisce un fil rouge che lega tutta la serie e che ammalia lo spettatore di una perpetua Sindrome di Stendhal. Quasi tutte le inquadrature di Ripley sembrano un quadro vero e proprio, per l'uso di luci, ombre, tutte le angolazioni più interessanti e l'architettura locale, per creare un mondo di grigi infiniti e terrificanti, che sembra antico e classico quanto l'epoca in cui ha operato il pittore preferito di Tom. Da Roma a Palermo, sino a Venezia, la penisola è attraversata da questo sguardo attento a cogliere ogni minimo spunto scenografico, ricco di riferimenti neorealisti. Inoltre è impossibile non notare il flusso di citazioni letterarie e filmiche che compongono Ripley: Edgar Allan Poe, Murnau e Fritz Lang, Humprey Bogart. 
La serie descrive dettagliatamente anche i viaggi da e verso l'Italia: viaggi in treno, viaggi in autobus, corse in taxi. Ciò continua anche per quanto riguarda i passaggi specifici che Ripley deve intraprendere per organizzare e poi mantenere la sua frode su larga scala: viaggi costanti agli sportelli di banche, uffici, società di carte di credito, società di noleggio barche, società di noleggio auto. 
Andrew Scott (Fleabag) è formidabile con le sue espressioni facciali, e l'omosessualità latente del suo personaggio è la stessa presente nel romanzo di Highsmith. In questo il Ripley di Scott ricorda il Norman Bates interpretato da Anthony Perkins in Psycho. Johnny Flynn e Dakota Fanning completano il trio di attori protagonisti: il primo interpreta un Dickie che sembra lo stereotipo del turista americano innamorato del Belpaese, mentre la seconda è la sua silenziosa compagna, forse la prima a dubitare della vera natura di Tom. Il cast italiano, diretto da un regista straniero, è sempre un pizzico sopra le righe: Margherita Buy, che interpreta la signora Buffi, la padrona di casa a Roma, e Maurizio Lombardi, che interpreta Pietro Ravini, l'ostinato ispettore incaricato di risolvere il caso di omicidio di Freddie, ucciso da Tom/Dickie nell'appartamento romano, sono davvero convincenti. Anche le musiche fanno la loro differenza: la colonna sonora contribuisce nel creare quest'atmosfera noir, la si respira a pieno quando dal giradischi della villa di Atrani si sente la versione di Mina de Il Cielo in una Stanza o quando Fred Buscaglione e Tony Renis fanno da sottofondo alle chiacchierate in terrazza con Marge.

Rispetto a Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella con Matt Damon e Jude Law, Ripley è più cupo, contorto e sinistro, un viaggio nei meandri della mente di una figura che nasconde un'oscurità raggelante dietro a due occhi nerissimi e perturbanti.
Nel 2022, quando questo progetto doveva ancora debuttare su Showtime, Steven Zaillian aveva dichiarato di voler girare anche i restanti quattro romanzi di Ripley. La strada è quella giusta. Ma vedremo. Insomma, ne avevamo bisogno dell'ennesimo adattamento? Decisamente Sì!