Composta da otto episodi e
confezionata rigorosamente in bianco e nero, da poco su Netflix, Ripley
è una miniserie estremamente sofisticata che contrappone location mozzafiato a
una storia dai risvolti dark che il fiato, invece, lo taglia per la sua
costante tensione. È difficile fare una sorta di introduzione su una storia già
ampiamente conosciuta, tratta da un romanzo degli anni '50, e trasmessa sullo
schermo già ben cinque volte. Il protagonista, Thomas Ripley, l'inquietante
personaggio nato dalla fantasia di Patricia Highsmith, è infatti ben
conosciuto, come anche la sua storia, grazie soprattutto al film del 1999 con
Matt Damon. Il regista, Steven Zaillian, aderisce al romanzo di
Patricia Highsmith, limitandosi a poche variazioni e ad alcune scelte di cast
in ottica maggiormente inclusiva, prendendosi tempo per sviscerare ogni
passaggio del racconto originale e compiendo un notevole lavoro sulla forma.
"È
frocio?" si chiede Marge (interpretata da Dakota Fanning), prima di
decidere: "Non lo so. Non credo che sia abbastanza normale da avere una vita
sessuale". Tom, in realtà, non è il caro amico del figlio che Herbert
crede: lo ha incontrato una sola volta a una festa e lo conosce a malapena. Ma
l'occasione è unica: volare in Italia, diventare il miglior amico di Dickie,
prendere il suo posto e impossessarsi dei suoi beni. Assumere la vita dell'altro e perdere le
proprie tracce. Cancellare la propria identità e rubare la vita altrui. Questi
i temi fondanti della mente di Tom Ripley, personaggio al centro del romanzo
del 1955 da cui è tratta la serie, che con una scaltrezza millimetrica e
psicopatica riesce in questa rocambolesca impresa uscendone pulito. Quando l'ossessione e l'ambizione di
Tom prendono il sopravvento, lui trascina chiunque entri in contatto con lui in
una spirale di bugie, frodi, inganni e omicidi perpetrati tra Atrani e Roma, e
tra Venezia e la Sicilia. Il suo è un
narcisismo patologico, lo porta a essere cinico, senza scrupoli ma sempre
orridamente lucido, lo è quando progetta i suoi omicidi e i suoi inganni, e
risulta paradossalmente umano quando gli serve esserlo.
Il
1960 di Steven Zaillian gli permette di farla franca: la lentezza è quella di
un quotidiano altro dal nostro, fatta di telefoni, lettere, telegrammi,
lunghissimi viaggi in treno per convocare testimoni da interrogare, indagini
giocoforza lentissime, impossibilità di confutare sul momento dichiarazioni o
versioni dei fatti. Ancora
il Tempo, in questa serie, ha aiutato Ripley a sbarazzarsi prima dell'amico e
poi della barca nel giro di poco tempo, cancellando tutte le prove. A Ripley non verrà in soccorso, inoltre,
alcuna divinità per occultare un cadavere ucciso a sangue freddo nel salotto di
casa sua; dovrà aspettare ore e ore davanti a esso, in attesa della notte, per
dirigersi nottetempo sull'Appia Antica a Roma, e noi con lui. Farsi carico di
questa criminosa via Crucis, dove un solo errore può allungare infinitamente i
tempi, è il delizioso supplizio attraverso il quale passa la partecipazione
emotiva dello spettatore, chiamato suo malgrado a condividere la frustrazione e
il disagio. L'Italia che
Tom attraversa, quella dei primi anni '60 nel pieno boom economico, viene
descritta continuamente dagli interni spaziosi e barocchi delle case d'epoca,
dai capolavori nascosti nelle più piccole delle chiese. Il fascino per
Caravaggio e le sue opere
costituisce un fil rouge che lega tutta la serie e che ammalia lo spettatore di
una perpetua Sindrome di Stendhal. Quasi tutte le inquadrature di Ripley
sembrano un quadro vero e proprio, per l'uso di luci, ombre, tutte le
angolazioni più interessanti e l'architettura locale, per creare un mondo di
grigi infiniti e terrificanti, che sembra antico e classico quanto l'epoca in
cui ha operato il pittore preferito di Tom. Da Roma a Palermo, sino a Venezia,
la penisola è attraversata da questo sguardo attento a cogliere ogni minimo
spunto scenografico, ricco di riferimenti neorealisti.
Inoltre è impossibile non notare il flusso di citazioni letterarie e filmiche
che compongono Ripley: Edgar Allan Poe, Murnau e Fritz Lang, Humprey
Bogart.
La serie descrive dettagliatamente anche i viaggi da e verso l'Italia:
viaggi in treno, viaggi in autobus, corse in taxi. Ciò continua anche per quanto riguarda i passaggi specifici che
Ripley deve intraprendere per organizzare e poi mantenere la sua frode su larga
scala: viaggi costanti agli sportelli di banche, uffici, società di carte di
credito, società di noleggio barche, società di noleggio auto.
Andrew Scott (Fleabag) è formidabile
con le sue espressioni facciali, e l'omosessualità latente del suo personaggio
è la stessa presente nel romanzo di Highsmith. In questo il Ripley di Scott
ricorda il Norman Bates interpretato da Anthony Perkins in Psycho. Johnny
Flynn e Dakota Fanning completano il trio di attori protagonisti: il primo interpreta un Dickie che sembra lo
stereotipo del turista americano innamorato del Belpaese, mentre la seconda è
la sua silenziosa compagna, forse la prima a dubitare della vera natura di Tom.
Il cast italiano, diretto da un regista straniero, è sempre un pizzico sopra le
righe: Margherita Buy, che interpreta la signora Buffi, la padrona di casa a
Roma, e Maurizio Lombardi, che interpreta Pietro Ravini, l'ostinato ispettore
incaricato di risolvere il caso di omicidio di Freddie, ucciso da Tom/Dickie
nell'appartamento romano, sono davvero convincenti. Anche le musiche fanno la loro
differenza: la colonna sonora contribuisce nel creare quest'atmosfera noir, la
si respira a pieno quando dal giradischi della villa di Atrani si sente la
versione di Mina de Il Cielo in una Stanza o quando Fred Buscaglione e
Tony Renis fanno da sottofondo alle chiacchierate in terrazza con Marge.
Rispetto a Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella con Matt Damon e Jude Law, Ripley è più cupo, contorto e sinistro, un viaggio nei meandri della mente di una figura che nasconde un'oscurità raggelante dietro a due occhi nerissimi e perturbanti. Nel 2022, quando questo progetto doveva ancora debuttare su Showtime, Steven Zaillian aveva dichiarato di voler girare anche i restanti quattro romanzi di Ripley. La strada è quella giusta. Ma vedremo. Insomma, ne avevamo bisogno dell'ennesimo adattamento? Decisamente Sì!