Sharp Objects è una serie tv del 2018 spigolosa, scomoda,
appuntita, dalla quale si distoglie lo sguardo. Non per l'efferatezza,
quanto per una costante sensazione di oppressione e claustrofobia.
Tratta dal
romanzo Sulla pelle di Gillian Flynn (autrice anche di Gone Girl), la miniserie
HBO – arrivata in Italia grazie a Sky Atlantic – si avvale di svariate
eccellenze: interpreti perfetti, messa in scena impeccabile, montaggio
curatissimo, ottima sceneggiatura e buona regia. Anche gli altri aspetti
tecnici sono fantastici: la fotografia e le musiche, tutto è essenziale per
trasportarci nella particolare atmosfera di una cittadina del Missouri. In quel
romanzo tutto si svolgeva nel sud del Mississippi, questa volta invece la scena
si apre nel cuore del Midwest. I Led Zeppelin accompagnano il primo piano di
Camille Preaker, al volante di un'auto, mentre un lampo di sofferenza
attraversa il suo sguardo vitreo e nel corso degli otto episodi ci ritroveremo
più volte al fianco di Camille su quell'auto, con la musica dei Led Zeppelin a
raccontarne le emozioni e la rabbia repressa. Una musica proveniente da un
vecchio iPod dal vetro rigato, a cui Camille si affida nei propri viaggi
solitari e a cui è legato uno dei ricordi più dolorosi della donna. Dai successivi episodi si respira un po' la medesima aria di True Detective, e questa è anche
una delle critiche ricorrenti mosse al prodotto con protagonista Amy Adams. In
verità Sharp Objects cerca di riprodurre fedelmente la struttura del libro di
riferimento, nel bene e nel male: più che sul caso e sull'indagine criminale,
l'attenzione è rivolta alla psicologia e allo studio dei personaggi, con
minuziose descrizioni del contesto ambientale e sociale.
Sharp Objects non
cerca mai di essere quello che non è, e gioca sempre a carte scoperte: una
giornalista presso un giornale locale, Camille, che torna a Wind Gap – sua
città natale – per realizzare un servizio sulla scomparsa di due ragazzine
ritrovate uccise e torturate, è il fulcro della narrazione, anche quando gli
eventi non sembrano riguardarla.
Camille vive a Saint-Louis, da poco uscita da una clinica
psichiatrica. Il pilot si apre con la sequenza di due ragazzine sui pattini che
giocano insieme, poi entrano in un'enorme villa arricchita da pareti color
pastello. La macchina da presa entra nella casa, un edificio imponente che crea
un'atmosfera differente, quasi fiabesca. Poi conosciamo la protagonista e il
viaggio che si ritrova a fare. Due ragazzine sono state rapite e assassinate.
Quando sono state ritrovate, la loro bocca era aperta e l'assassino aveva
strappato loro tutti i denti. Spetta alla giovane reporter di cronaca nera Camille
seguire il caso per conto del giornale per cui lavora. Su insistenza del
proprio capo-redattore, Frank Curry, accetta controvoglia di
far ritorno nella sua cittadina natale, una sorta di moderna Twin Peaks. Da
quando se n'è andata da casa non ha quasi più parlato con i suoi familiari: né
con la madre, bella e inavvicinabile come una bambola di porcellana, né con la
sorellastra che conosce a malapena.
Ora, tornata nella dimora vittoriana di
famiglia, Camille è perseguitata dai ricordi d'infanzia e da una tragedia che
neppure un ricovero in un ospedale psichiatrico le ha permesso di dimenticare. Proprio
i ricordi sono il principale territorio d'indagine della miniserie; ricordi
piuttosto dolorosi: la malattia misteriosa e poi la morte della sorella Marian,
l'adolescenza gravata dal lutto ma anche dall'asfissia di una cittadina dalla
mente chiusa e dalle facili cattiverie, dove tutti sanno tutto di tutti.
Camille
non torna a Wind Gap da decenni, non ha un buon rapporto con la madre
passivo-aggressiva e maniaca del controllo e sconta i traumi subiti da
ragazzina con gesti di autolesionismo (il suo corpo è una mappa di parole
incise e cicatrici) e abuso di alcol. Il suo è un viaggio attraverso un'America
devastata, in cui anche i cartelli stradali suggeriscono di cambiare rotta
("This is the last chance to change your mind"), con la speranza di esorcizzare
ed estirpare il dolore di una vita. Arrivata in città, comincia subito a
chiedere in giro e rivedere vecchie conoscenze, dopo diverse ore però deve
compiere il fatidico passo: andare a salutare sua madre Adora. Eccola allora ad
indagare sul caso, un po' controvoglia. Perché proprio a Wind Gap, un anno dopo
l'assassinio della tredicenne Ann Nash, un'altra ragazza, la quattordicenne
Natalie Keene, scompare nel nulla: una coincidenza, o si tratta forse della
stessa mano omicida? Le indagini si incastoneranno irrimediabilmente con la
vita privata di Camille, anche a causa dell'importanza della madre all'interno
di Wind Gap: Adora, infatti, è una ricca proprietaria di un mattatoio di maiali
ed è una personalità molto influente. Una donna sempre molto tranquilla e
pacata, ma capace di dire frasi che distruggerebbero chiunque.
Mentre Camille
avvia la propria inchiesta, gli atroci dubbi del presente non possono non
ricollegarsi, nella sua mente, agli orrori di quasi trent'anni prima,
costringendo la donna a confrontarsi con sé stessa e con un passato che aveva
tentato invano di rimuovere.
L'andamento da thriller viene dilatato negli otto
episodi di Sharp Objects, in certi momenti fino allo sfinimento, ma è talmente
ben architettato da incollare lo spettatore fino all'ultima scena. Se
all'inizio si fatica, forse, ad entrare nell'atmosfera esasperata di una
scrittura che freneticamente sovrappone i piani temporali, dopo un po' ci si
tuffa nella storia senza scampo.
L'elemento più efficace della serie è proprio la capacità di rendere
tangibile ed effettiva la sua percezione sensoriale spesso deforme, nel momento
in cui rivede nella ribelle sorellastra Amma (Eliza Scanlen) - adolescente
sregolata costretta al doppio ruolo di santarellina in casa e che accoglie
Camille con un misto di ammirazione e di invidia - la defunta sorella Marian,
oppure quando un fruscio o il suono di un ventilatore le permette di rivivere
flash della propria innocenza perduta a causa della fredda e distaccata madre
Adora (Patricia Clarkson) e della facile cattiveria di una comunità dalla
mentalità chiusa. Le donne sono le protagoniste indiscusse di Sharp Objects.
Camille, interpretata da una superba Amy Adams, è una donna solitaria,
spezzata, dipendente dall'alcool e ancora troppo ripiegata sul passato, segnato
dalla morte prematura della sorellastra Marian. Su di lei incombe la figura
materna di Adora, una madre severa, castrante, fredda, incapace di superare la
morte della figlia e ossessionata dalle apparenze e dalla perfezione. E poi c'è
Amma, che di giorno indossa la maschera della figlia perbene e di sera dà
libero sfogo al suo carattere, tutt'altro che docile. Si tratta di tre
personaggi affascinanti, scritti ottimamente, tre generazioni che portano
avanti ricordi, vissuti e storie diverse ma simili, strettamente legate agli
eventi più grandi che colpiscono Wind Gap.
Sharp Objects è una serie sui
segreti ma anche sul senso di colpa, sulla frustrazione e rabbia femminile, che
possono incanalarsi in forme di autolesionismo o abuso verso gli altri. Il
trauma, la violenza generazionale e la malattia mentale sono tutti temi che la
serie racconta, indaga e mette in scena con un'accuratezza, sensibilità e
delicatezza viste raramente sul piccolo schermo.
Autoritaria, sferzante, con i
suoi modi teatrali da "gran dama del Sud" e il suo atteggiamento
ricattatorio nei confronti della figlia ribelle, Adora costruisce intorno alla
sua famiglia delle menzogne e la serie è capace a non farci capire nulla se non
alla fine. Si scopre che Adora è affetta della Sindrome di Munchausen per procura, facendo credere alle sue figlie di essere malate, in modo da sentirsi indispensabile nei loro confronti. Ma nella
villa di famiglia, luogo ovattato e fuori dal tempo, c'è anche il serafico
patrigno Alan, ignaro o poco meno del disturbo della moglie.
Sharp Objects fa
montare la suspense in maniera progressiva, senza fretta, giocando con i dubbi
dello spettatore e arrivando addirittura, in prossimità dell'epilogo
disturbante, feroce e macabro, con due ultimi episodi ad altissima tensione, a
colorare questo racconto poliziesco di sfumature horror, con una messa in scena
che a tratti sembra abbandonare il realismo per aderire alla prospettiva
distorta di Camille. Facciamo ordine: l'indagine per il duplice omicidio delle
due ragazze si conclude con l'arresto e la condanna di Adora (che si dichiara
non colpevole), grazie al ritrovamento nella sua villona delle pinze usate per
strappare i denti alle vittime. Nell'ultima scena scopriamo che i denti si
trovano in realtà nella casa delle bambole di Amma. Ciò che, alla fine, capiamo
è che Adora ha provocato la morte della figlia Marian, ma non c'entra con gli
omicidi seriali, che sarebbero stati compiuti da Amma. Alla fine non è stata quella serie di
diversi uomini, a cui la polizia ha pensato senza alcun dubbio, ma due donne,
colpevoli ognuna di omicidi diversi.
Dunque, quando il cerchio sembrava chiuso,
ecco le ultime parole a spiazzarci, pronunciate proprio da Amma: "Non dirlo a
mamma". È su queste tre parole che si chiude la serie. Tre parole che assumono
maggiore significato solo alla fine, diventando quasi emblema della serie
stessa. La frase finale non è solo la flebile richiesta di mantenere nascosto
l'ennesimo segreto ma il tentativo di non calare la maschera, rompere le
convenzioni e distruggere le apparenze della società stessa. Non è ancora
finito, perché tra i titoli di coda è nascosta una breve sequenza che mostra
che Amma non era da sola a uccidere, ma che era aiutata dalle sue due amiche
pattinatrici. Forse il finale troppo poco credibile.
Come per la miniserie Big Little Lies (il regista è lo
stesso e al suo secondo lavoro) ci si muove al confine fra il dramma
psicologico e il thriller, Sharp Objects ci trascina ancora più a fondo negli
abissi emotivi dei personaggi, a partire dalla sua tormentata protagonista. Un
vissuto che Sharp Objects svela poco a poco, incasellando il presente della
donna con il riemergere di una difficile adolescenza. Del resto la tensione,
più che dalle svolte della trama, deriva proprio dalle interazioni fra i
personaggi in gioco e dall'alchimia fra i relativi interpreti: impeccabile, dunque, la scelta di riunire, dopo Julie & Julia, la Adams e Chris
Messina, qui nei panni del detective di Kansas City, Richard Willis, l'unico a
rivolgere su Wind Gap un punto di vista esterno e, forse, sufficientemente
lucido, insieme al quale Camille "si allea" contro la polizia locale, inetta e
connivente.
Il meccanismo narrativo della miniserie non si appoggia però su una
catena di flashback tradizionali, ma segue piuttosto il flusso di coscienza di
Camille: il suo passato, pertanto, si manifesta all'improvviso, sotto forma di
frammenti spesso confusi, talvolta spiazzanti, lasciando allo spettatore il
compito di riordinare i vari tasselli, fino a ricostruire un quadro via via più
oscuro e drammatico.