STRAPPARE LUNGO I BORDI

 

"E semo pure stupidi. Perché se impuntamo a fa' il confronto co le vite degli altri. Che a noi ce sembrano tutte perfettamente ritagliate, impalate, ordinate. E magari so così perfette solo perché noi le vediamo da lontano"

Presentate le prime due puntate al Festival Del Cinema di Roma, dal 17 Novembre 2021 Netflix propone sulla sua piattaforma, la prima serie animata italiana scritta e diretta da Zerocalcare (alterego su carta da circa di 20 anni del fumettista romano Michele Rech), dopo gli apprezzatissimi corti di Rebibbia Quarantine presentati all'interno della trasmissione di La7, Propaganda Live, nel 2020. Annunciata un po' "de botto, senza senso", si tratta di una serie tv letteralmente da bingewatching, fatta di continue citazioni e riflessioni. Un gioiellino. A partire dalla sigla, firmata dal musicista Giancane che ha curato tutte le musiche originali della colonna sonora, sembra chiaro il carattere dolce/amaro di questa produzione. Appena è uscita l'ho vista, ma non mi sono mai sentita veramente pronta di recensirla.

La serie animata Netflix conferma e rinnova il talento di Zerocalcare come storyteller, capace di virare su diversi toni e registri lungo il corso dei sei brevi episodi. In ogni episodio Zero, attraverso salti temporali, aneddoti, digressioni, parti fondamentali della sua vita come l'incontro con Alice, affronta un viaggio in treno con gli amici di sempre. Con una trama che si svela pian piano, dando spazio al flusso di coscienza di Zero, personaggio avatar dell'artista romano, Strappare lungo i bordi fuoriesce dai confini prestabiliti della storia personale per raccontare il disagio di un'intera generazione, i cosiddetti "Millennials", nati tra l'inizio degli anni '80 e la metà degli anni '90. 
Al centro della trama c'è il viaggio: Zero e i suoi amici Sarah e Secco sono in partenza per un viaggio, destinazione Biella. Questa è l'occasione per Zero di riflettere in generale sulla propria identità, su chi è stato, riepilogando alcuni eventi della sua vita che in qualche modo l'hanno forgiato diventando la persona che è, mettendo in mostra tutte le sue manie e i suoi difetti. La dimensione del viaggio appare, quindi, non solo come scusa narrativa ma come senso stesso della storia. Un viaggio fisico da Roma a Biella, e mentale da bambino ad adulto. Su quanto sia difficile trovare il proprio posto nel mondo, sia che si abbiano le idee chiare su cosa voler "fare da grandi" come il personaggio di Sarah, sia che ci si lasci trasportare dagli eventi chiudendosi in una spirale di asocialità e fobie, sentendosi la rappresentazione dell'inadeguatezza, come Zero. 
Il mondo andrà avanti comunque, senza aspettative, perché "sei soltanto un filo d'erba in un prato". Così lo spettatore è in balia di un'altalena di emozioni autentiche che vanno dal sorriso alla risata fragorosa, dalla commozione al pianto a dirotto. Zero lo sa bene e ci rende partecipi di tutte le sue ansie, paure, paranoie che a un certo punto lo hanno bloccato e lo hanno portato a vivere una vita congelata. Ad essere "cintura nera de come se schiva la vita".


Il focus della narrazione è il legame in parte inespresso con l'amica del cuore Alice, dandoci un'anima nella trama anche orizzontale, e il contesto è inequivocabilmente la periferia capitolina. Zero si trova essere frustrato in mezzo ad ansie e delusioni e all'impossibilità di un amore che sembra essere non ricambiato per Alice, la quale è una fragile fanciulla che capita con un uomo sbagliato e cerca aiuto in Zerocalcare, ma non riesce a trasmettergli la richiesta disperata, o forse è lui che teme di deluderla, fraintendendo e arrendendosi prematuramente. L'ultimo episodio ci dà poi l'essenza di tutto quanto, facendoci trovare un po' impreparati, ma ricordandoci che è difficile non scivolare dolcemente nella "presa a male". Qui subentra quell'esistenzialismo che si va a mescolare con la durezza della realtà e la presa coscienza del fatto che non tutto ciò che succede nella vita è bello o facile. I problemi, gli imprevisti, i dolori vanno affrontati. Arriverà sempre il momento di guardarsi allo specchio e fare i conti con i propri scheletri, così come ci sarà il momento in cui lasciar andare tutto, sentirsi più leggeri, proprio come dei fili d'erba al vento in un campo. Le aspettative sociali, come la delusione che si può dare ad una maestra se non si sanno fare le equazioni o a un genitore (la mamma di Zero che ha le sembianze di Cocca di
Robin Hood) che sperava in una vita differente ci fanno perdere il vero senso della vita: il viaggio. Perché a volte l'esistenza ci viene esattamente presentata in questo modo irriverente. Come se fosse tutto così semplice: tutto scandito da una serie di tappe, da percorsi tratteggiati che basta semplicemente seguire, compiendo un piccolo strappo di volta in volta. Ma non è così semplice. Alcune situazioni comuni che vengono analizzate (tenere ordinata casa, scegliere se mangiare il solito piatto o una cosa diversa uscendo dalla comfort zone, districarsi nel catalogo di Netflix, decidere cosa fare da grandi) sono reali e fanno parte della vita quotidiana di Zero. Anzi, di tutti.

Il vettore del suo messaggio è il cartone animato che mantiene la fedeltà al fumetto e la velocità serrata delle serie televisive. La divisione in episodi, della durata variabile tra 15 e 20 minuti l'uno, non appartiene a un vecchio modo di concepire la serialità animata con una struttura autoconclusiva, ma permette allo spettatore di incuriosirsi alla storia. L'autore sa bilanciare il ritmo di ogni episodio, diversificando i toni e riuscendo a spezzare la velocità dei dialoghi e delle scene con momenti più riflessivi. È lui che doppia ogni personaggio, ad eccezione dell'immaginario Armadillo, una sorta di grillo parlante (che nell'aspetto ricorda l'Armadillo Natalizio di Friends, ma che è ispirato in realtà da un pallone Super Santos), avatar della sua coscienza, doppiato da Valerio Mastandrea. Lì pronto a giudicarci, ad analizzare ogni nostra mossa e sottolineare ogni nostro tipo di fallimento (o "autosabotazione"). 
Una cavalcata trionfale passata prima da un blog a fumetti nel 2011, dove in un albo aveva illustrato per la prima volta l'Armadillo, che l'ha condotto a pubblicazioni di libri a fumetti, e poi anche per un film non esattamente riuscito (La profezia dell'Armadillo). 
Da notare anche la cura maniacale al dettaglio: dai poster alle pareti in casa, ai manifesti in strada, dallo screensaver sul cellulare, ai tweet e ai post su Facebook, dalla Tangenziale di notte, agli screen dei messaggi.

Il lavoro di Zerocalcare è una sorpresa continua. Tra un'onestà intellettuale che ci rilassa e ci rassicura, senza mai annoiare, a una scrittura malinconica che ci fa rivivere le stesse ansie del personaggio. Il punto d'arrivo è, dunque, una riflessione sulle nevrosi e la mancanza di punti di riferimento che è il vero comune denominatore dietro il successo trasversale del titolo. 
Grottesca, disillusa eppure idealista, ma autentica, l'arte di Zerocalcare nasconde riflessioni di incredibile maturità sui mostruosi dolori del quotidiano, velate dal filtro malinconico delle occasioni perdute e dai treni che non passeranno più. La grande capacità dell'autore è proprio quella di riuscire in poco tempo a condensare la frustrazione di una generazione, della sua generazione, assieme a tutte quelle che sono le ossessioni, le ansie e le paure di un mondo che ci ha accolti non proprio nel migliore dei modi, mettendoci di fronte al fatto che "questo è ciò che passa il convento. O ti adatti, o ti attacchi al car…!". 
Zerocalcare parla della sua vita a Rebibbia trasformandola nella più semplice vita di un trentenne (ormai quasi quarantenne) italiano: Secco è l'amico disilluso, il suo contraltare assolutamente privo di angosce, perché massimo semplificatore, il cui unico orizzonte sembra essere il fatto di andare a mangiare il gelato, mentre Sarah è la sintesi dei due amici maschi, intelligente, speranzosa e ottimista, portatrice di messaggi di ricostruzione. Ma Strappare lungo i bordi non è semplicemente un percorso di vita di un'artista che si è trovato, come tutti, di fronte all'incertezza della strada da prendere, alla precarietà di un lavoro che non arriva e se arriva non sempre soddisfa, all'incapacità di relazionarsi con il prossimo, alla paura di essere feriti o di non sentirsi abbastanza, al dover contrastare quella che è l'aspettativa di una famiglia, di una società che ancora ragiona in maniera binaria e a compartimenti stagni. Strappare lungo i bordi racconta la vita che, sul finale, Zero dichiara essere "quella cosa che fa paura, ma che è anche bella". L'incipit del primo episodio è una scritta sul muro che recita "è inutile che vivi fuori se muori dentro". E da lì si dipana la vita disperata. 
L'unico difetto della serie? È che finisce.

La serie di Zerocalcare, portando lo stile dei suoi fumetti all'interno di una narrazione seriale, diverte e anche tanto. Come nella lettura dei fumetti, tutti avranno notato che dopo le risate arriva quasi sempre il momento più delicato e serio ed è il momento emotivamente più forte che riesce a giustificare tutti i flussi di coscienza del protagonista con cui tutti ci possiamo identificare. 
Strappare lungo i bordi parla di Zero, ma ne condivide le riflessioni che denotano la crisi identitaria e sociale di un'intera generazione. Intrisa di umorismo, la serie mette in scena pregi e difetti di tutti noi. Toglie tutti i filtri, diventando uno specchio su cui rifletterci. 
Eppure, a qualcuno è mai capitato di aprire perfettamente un pacco di pasta o una confezione di cereali semplicemente strappando lungo i bordi? Figuriamoci se un percorso di vita possa ridursi a questo.